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Nietsche, un autore che ha segnato certi percorsi del pensiero contemporaneo, ha scritto: "Bisognerebbe che i cristiani mi cantassero canti più lieti, per insegnarmi a credere al loro Salvatore; bisognerebbe che i suoi discepoli avessero un'aria da salvati". Eppure Gesù ha detto della "sua" gioia che "nessuno potrà rapire" (cf Gv.16,22).
Nel vangelo di Matteo, all'interno-cuore del discorso della montagna (che si estende per ben tre capitoli (cap. 5 - 7), dà dei criteri di beatitudine (= gioia, contentezza). Certo sono eversivi nei confronti della mentalità mondana, ma irradiano grande luce. Per non essere fraintesi vanno chiariti. I poveri, i miti, gli afflitti, i puri di cuore e perfino i perseguitati a causa della giustizia sono beati (Macka=roi= felici) però in ordine a un "perché" (=hoti) che all'interno di ogni beatitudine è esplicativo della ragione profonda per cui davvero può verificarsi, già qui e ora, un clima di gioia.
Bisogna dunque anzitutto dire che la beatitudine, anche se in pienezza riguarda la vita eterna, è già nell'ottica cristiana una dimensione possibile quaggiù. Se infatti la gioia cristiana dovesse concepirsi solo in funzione del "dopo", si cadrebbe facilmente nel pericolo (già incorso) di passar sopra alle ingiustizie e a certe condizioni miserabili della vita presente, in nome di una retribuzione in quella futura.
Quella martellante ripetizione: beati, beati esprime da parte di Gesù, la
volontà di persuadere chi lo ascolta in ordine allo stile stesso della vita
cristiana.
La parola "beati" è dunque una espressione chiave, insieme però a
due altre.
Si coglie che la prima e l'ottava beatitudine sono all'insegna
dell'espressione: regno dei cieli, quasi a dire che il Regno dei
cieli (= Regno di Dio) fa da cornice agli otto versetti. Si tratta dunque
della seconda parola-chiave. Inoltre vediamo che le otto beatitudini
possono dividersi in due gruppi di quattro, perché ciascun gruppo termina con
un'altra parola-chiave: giustizia. Bisognerà dunque capire e gustare
in modo contemplativo il senso profondo, ampio e chiarificante di queste tre
espressioni, dilatare il cuore in esse.
Beati, martellato più e più volte
riguarda una gioia grande. Ricordiamo la gioia che segue l'accoglienza di
Elisabetta a Maria: "Beata te fra le donne…..e benedetta colei che
ha creduto" (cf Lc 1, 41-45); la gioia a cui allude Gesù rispondendo
alla donna che proclama beata sua madre. "Beati coloro che ascoltano
la parola di Dio e la mettono in pratica" (cf Lc 11, 27-28)
La parola chiave "beati" costituisce un criterio di fondo
dell'antropologia cristiana.
Dice chi è per davvero l'uomo autentico, contento, realizzato,
secondo Gesù.
L'espressione Regno dei cieli (=Regno di Dio) non riguarda un territorio ma, nel termine originale greco, indica l'azione del regnare. Riguarda dunque "l'azione potente di Dio che viene incontro all'uomo, alle sue sofferenze, ai suoi problemi, con un "regnare che è sovrabbondanza d'amore-salvezza. Non c'è linguaggio umano che riesca a descrivere adeguatamente la straordinaria grandezza e forza di questo regnare di Dio." (Card. C.M. Martini).
L'espressione "giustizia" è sostanzialmente quello a cui tende Dio col suo regnare. In effetti è il tener conto, da parte di Dio, di ogni realtà, del profondo anelito (spesso sepolto!) nel cuore dell'uomo a raggiungere qualcosa di vero, bello, buono. Ecco, l'attività di Dio si muove in questa direzione. La giustizia è quell'armonia che l'uomo, a tutti i livelli, persegue se si lascia condurre da Dio, se entra nell'alveo di questa giustizia che è tanto, tanto di più della giustizia secondo il Diritto latino: "Dare a ciascuno il suo"!
Un'ultima notazione introduttiva. Gesù sale sul monte, vede le folle, gli si avvicinano i discepoli (cf Mt. 5, 1-2). Parla dunque solo ai discepoli come agli unici destinatari delle beatitudini? Questa asserzione è smentita da quello che leggiamo in chiusura del discorso della montagna dove è detto: "Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite dal suo insegnamento: Egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi" (Mt 7, 28-29) La gioia proclamata, dunque, anche se così rivoluzionaria, non è per una piccola accolta di eletti, ma per tutti. E' quello che vedremo.
Un "test" per conoscermi, per capire se sto battendo veramente la via di Cristo. Mi chiedo: quando sono lieto/a, a causa di che cosa lo sono? E quando mi addoloro, perché sono triste?
Desidero il regnare di Dio come sovrabbondare di amore e salvezza in me, nella coppia, nella famiglia o è ancora un'espressione astratta, avulsa dalla vita?
Che idea ho della giustizia? Sono fermo al criterio del "codice" di diritto romano o entro in altre ampiezze?
Nel silenzio della preghiera contemplativa scendo nelle profondità del cuore abitato dal Signore oppure, in chiesa, contemplo Gesù-Ostia dicendo: "Che cosa cerco in cielo e sulla terra, se vado lontano da Te, Signore? Dammi la tua gioia e vivrò".