Comparsi al termine del capitolo 2, questi amici venuti per consolare Giobbe hanno zittito per tutto il capitolo risonante del tragico lamento di Giobbe. Ora invece parlano; ma la loro razionalizzazione del problema esistenziale di Giobbe non fa altro che esasperarlo fino a precipitarlo sempre più a fondo nel suo immane dolore. Il primo a prendere la parola è Elifaz, il più anziano e oggettivo sostenitore della sapienza e della relativa teologia razionale (cap. 4,21).
v 4,1-11 Elifaz, con tono suadente, vuol persuadere Giobbe che, avendo lui stesso praticato e insegnato la sapienza fino a rinvigorire l'animo fiacco di molti, ora deve sentirsi
obbligato in coscienza a vivere quel che ha detto agli altri. Giobbe ha creduto nel principio della giustizia retributiva. Adesso, nelle sue disgrazie, si renda dunque conto di quello che è
avvenuto. Certamente deve aver commesso qualche colpa segreta perché è così sempre: Dio punisce il malvagio e premia il buono. Non c'è colpevole che possa sfuggire alla pena che
si merita.
v 4,12-21 Elifaz procede ulteriormente nel suo ragionamento. Non solo in base alla sua dottrina ma anche per una sua particolare visione notturna ricevuta da Dio in modo
carismatico, è arrivato alla persuasione che, di fatto, nessun uomo può vantarsi innocente di fronte a Dio. Questa idea, che in qualche modo non è lontana dal vero, malamente
concatenata con tutto il discorso sulla giustizia punitiva, appesantisce il discorrere di Elifaz con Giobbe. Nel secondo svolgimento del suo argomentare Elifaz manifesta che tutto è messo in
discussione.
v 5,8-17 Il senso della creazione, la sua positività, persino l'intenzione di Dio creatore.
v 5,17-27 Ed ecco, il terzo svolgimento del discorso di Elifaz: non c'è che la rassegnazione a un male ineludibile. Il male è una necessità che in nessun modo puoi
evitare. E allora? Rassegnarsi è l'unica cosa possibile. Non c'è liberazione, ma adeguamento..
Cap. 6,7 Ora Giobbe reagisce. Nell'incomprensione degli amici, l'unica realtà che avverte in sé è quel sentire che "sono confitte in lui le frecce dell'Onnipotente".
Non desidera più altro che la morte.
Rileggo con cuore accogliente i capitoli 6 e 7 del libro di Giobbe. Sono la sua risposta all'amico Elifaz e la sua invocazione all'Altissimo, l'Amico cercato con forte passione pur tra i marosi della vita. Alcune parole di Giobbe possono diventare anche le mie parole al Signore che in questo Avvento attendo perchè risponda al mio vivo desiderio di Lui.
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