È un Salmo che la tradizione giudaica attribuisce ai “figli di Core”, una famiglia sacerdotale che attendeva al servizio liturgico e custodiva l’arca dell’Alleanza (cf 1 Cr 9,19). L’ispirazione è nata probabilmente durante uno dei pellegrinaggi prescritti dalla Legge di Mosè (cf Es 23,17; Sam 1,3; Lc 2,42). Questo canto del pellegrino è traboccante di un profondo anelito a Dio e della gioia che viene dal Signore a chi cerca Lui con cuore sincero. È molto attuale proprio perché emblematico di quel “pellegrinare” che è la nostra vita. Noi tutti siamo in cammino. Ma l’importante è decidere nel cuore che questo nostro andare diventi “il santo viaggio”, cioè il praticare un cammino spirituale.
vv. 2-3 Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti
L'esclamazione dice quanto al pellegrino sia caro il tempio, dove dimora il
Signore. Egli è detto "degli eserciti", nel senso che è sovrano
delle schiere angeliche o, secondo altri esegeti, delle schiere stellari, cioè
del cosmo.
L'anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia anima
esultano nel Dio vivente
I versetti esprimono l'empito di un desiderio di Dio che non è certo
cerebralità vestita di poesia. Tutta la persona del pellegrino: cuore (sede
decisionale) e carne, (dimensione corporea), la totalità dunque dell'uomo è
afferrata da una gioia grande: l'esultare non in se stessi ma nel Dio
che dà vita. Il salmista sembra dire che l'anelito a Dio è un bisogno di
fondo nell'uomo, quasi un istinto iscritto nella sua identità di spirito
incarnato.
v. 4 Anche il passero trova la casa, la rondine il nido dove porre i suoi
piccoli presso i tuoi altari, Signore degli eserciti, mio re e mio Dio.
A tutto il salmo fa da sfondo il tempio verso il quale si muove il
pellegrino, probabilmente durante la solenne festa delle capanne. Chi muove i
suoi passi verso Sion e il suo tempio ne tiene così vivo in cuore il desiderio
da visualizzare la delicatissima immagine degli uccelli che hanno la fortuna di
nidificare e porre i loro piccoli presso gli altari di Dio.
Torna l'espressione: "Signore degli eserciti" accompagnata da
"mio re e mio Dio". È la grandezza, la maestà, la sovranità di Dio
che viene esaltata. Ma quell'aggettivo possessivo "mio", ripetuto,
esprime anche il rapporto personale con un Dio che non schiaccia il fedele ma lo
introduce nell'intimità.
vv. 5-6 Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi. Beato chi
trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio
Il salmista sottolinea due aspetti della gioia: quello di vivere con il
Signore, nell'intimità con Lui e più ancora di comprendere che la vita
è un viaggio. Si tratta di farne un pellegrinaggio: appunto "un santo
viaggio". È come se dicesse: la vita è un cammino; deciditi a farne
un cammino spirituale e non un "franare" nei tuoi giorni e con i tuoi
giorni. La forza? Non è in te ma nel Signore. Scoprirlo è fonte si serenità e
gioia.
vv. 7-8 Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente: anche
la prima pioggia l'ammanta di benedizioni. Cresce lungo il cammino il suo
vigore, finché compare davanti a Dio in Sion.
"Valle del pianto" nella Volgata è "valle lacrimarum"
da cui l'espressione della "Salve Regina": in hac lacrimarum valle, in
questa valle di lacrime, per indicare la vita terrena. Stupenda è
l'affermazione che viene subito dopo. Dentro il "santo viaggio" il
pellegrino cambia questo luogo desolato in luogo ameno di sorgenti. E la stessa
benefica pioggia (probabilmente di primo autunno) diventa simbolo di benedizioni
e pace. Che cosa infatti risulta impossibile a chi vive amando? Un'altra
affermazione preziosa. Chi vive dentro un cammino spirituale avverte una
crescita di vigore proprio cammin facendo. È la forza di Dio a cui egli
ricorre con fiducia sempre più determinata.
vv. 9-11 Signore, Dio degli eserciti ascolta […] porgi l'orecchio […]
Vedi, […] guarda il volto del tuo consacrato. Per me […] stare sulla soglia
della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende degli empi
Chi è questo consacrato? Il re o più probabilmente il sommo sacerdote
dell'epoca postesilica, capo della comunità giudaica. In una lettura cristiana
del salmo si tratta di colui che è consacrato a Dio nel battesimo, più
radicalmente nell'ordinazione sacerdotale o nella consacrazione religiosa
mediante i voti.
Interessante la confidenza con cui il salmista si rivolge a Dio invocandone
l'ascolto e lo sguardo: un aiuto potente in ordine alla sua scelta di
accedere alla casa di Dio e non di vivere nelle tende degli empi. Come dire:
Aiutami, perché io voglio vivere con Te e come Tu vuoi.
vv. 12-13 Poiché sole e scudo è il Signore Dio, il Signore concede
grazia e gloria […] a chi cammina con rettitudine […] beato l'uomo che in te
confida.
Due immagini: "sole" e "scudo". Esprimono due realtà
che infondono sicurezza a chi sceglie la strada della rettitudine senza
lasciarsi lusingare da luccichii di altre strade. Sceglie con determinazione,
senza paura e scoraggiamento perché si fida, sa da chi gli viene vigore e
gioia.
Il profeta Isaia
invita: "Venite, saliamo al monte del Signore" (Is 2,2). "Il
popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce […]. Hai moltiplicato
la gioia" (Is 9,1-5)
Anche l'autore del salmo 88 dice: "Beato il popolo che cammina alla luce
del tuo volto: esulteranno tutto il giorno".
È un filo consistente molto importante questo tema del camminare nella luce.
Attraversa tutta la Bibbia. Suggerisco di consultare altri passi: "nella
tua verità io cammini" (Sl 86,10); "Cammineranno i popoli alla tua
luce" (Is 60,3); e anche Michea 6,8; Isaia 33,15; Ezechiele 18,9 ecc. Sì, questo
tema è, a ben riflettere, una chiave interpretativa dell'esistenza umana.
Oggi molta gente sta male perché non sa per quale ragione è al mondo. Che
senso ha vivere? Dove sto andando dentro i miei giorni?
La mia vita voluta da un Dio che mi ha creato per amore è una strada con una
meta ben precisa: bella e piena d'incanto. Vale dunque la pena di percorrerla,
con attenzione ai "semafori" che sono le indicazioni del Signore
attraverso la sua Legge.
Sì, è bello, dà gioia entrare nella persuasione che vivere è la chiamata a
scegliere d'intraprendere "il santo viaggio" ascoltando Gesù che
dice: "Camminate mentre avete la luce", ossia mentre potete incontrare
Lui, essere rinvigoriti dalla sua Parola, dal suo Pane Eucaristico,
dall'intimità che viene a chi lo contatta nel cuore mentre cammina. È in forza
di Lui, che tu scegli di camminare secondo lo Spirito. (cf Gal 5,26 e Rm 4 e ss)
non secondo gli impulsi istintivi dell'egoismo. Certo chi cammina spiritualmente
può anche imbattersi (come ogni uomo che vive su questa terra) nella
"valle del pianto" ma proprio perché è cosciente di star
pellegrinando verso la meta radiosa della vera Casa, la tramuta in "una
sorgente", una sorgente di senso, una sorgente di amore e dunque di gioia.
"Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente" (v.3),
Se sai che la tua vita è un viaggio e che vale la pena di percorrerlo perché
ha una gran bella meta, come fai a non cantare di gioia? Metti solo nel tuo
zaino tanta volontà di rettitudine, di non rifiutare mai il bene (v. 13) e sii
"beato perché sei uno che confida nel tuo Dio".
- Ho ben chiaro e ben "piantata" in cuore la convinzione che vivere
è "CAMMINARE alla Luce" di Un Dio fatto uomo il cui volto è Pace, la
cui Parola è Vita, il cui amore è Gioia?
- Quando incappo nella "valle del pianto", come mi comporto? Mi butto a terra scoraggiato/a o tiro fuori dallo zaino la dose quotidiana di fiducia nel Signore, e, lungi dal "mollare" la preghiera, la intensifico camminando nel mio vivere e cambiando così il pianto in sorgente di gioia da donare ai familiari e amici?
- Ho capito bene che devo decidermi al "santo viaggio" camminando secondo le indicazioni dello Spirito che mi vengono dalla Legge di Dio (i comandamenti), dalla Parola di Gesù e dal Nuovo Testamento? Ho capito che devo debellare l'ego e i suoi impulsi incentivati da questo tipo di società che esalta la corsa ai soldi, al sesso nelle sue sfrenatezze, al successo a tutti i costi?
- Per averne la forza, mi accosto sovente ai sacramenti e medito la Parola ogni giorno?
- Il mio cammino, anche se faticoso, è un camminare "esultando", cantando di gioia? O mi lascio appesantire da tristezze?
Mi trovo uno spazio di silenzio, forse alla luce del tabernacolo, oppure alla luce del sole (simbolo del Signore). Mi espongo alla luce e chiedo al Signore di DECIDERE nel cuore, cioè nel profondo di me il "santo viaggio", cioè di camminare alla LUCE del suo volto e dei suoi insegnamenti.
"I superbi (le forze del male) tendono lacci e pongono agguati nel cammino" (Sl 139), ma mio sole, mio scudo e mia forza è il Signore. Confido in Lui, non temerò alcun male e gioirò del suo amore.