Salmo 95 (96)

 

Questo salmo si colloca tra i "salmi del Signore re" che comprendono i salmi 95-98, il 46 e il 92. Israele è il popolo che fu prescelto, nella sua storia, a esprimere in modo emblematico la grandezza di un Dio sovrano di tutti, che tutti vuol salvare. Salvato dalla schiavitù d'Egitto e lungo le peregrinazioni nel deserto, il popolo eletto può testimoniare al mondo intero la sovranità e la po-tenza benefica dell'unico Dio. Sì, bisogna proclamare a tutti i popoli che il vero sovrano è Dio e cantare il canto nuovo che è la gioia di percepire in tutto la sovranità del Signore. Egli, lungi dallo spadroneggiare sull'uomo, è sua salvezza, se l'uomo percorre strade di rettitudine, di giustizia.

v. 1 Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore di tutta la terra
È un invito festoso, dentro una prospettiva universale. La continua novità del cantare (cioè del vivere lodando Dio) è legata al fatto dell'infinita e continua novità di Dio nella sua magnificenza che traspare nel creato. Scrive il biblista G. Ravasi: "Il cantico nuovo sale a Dio da tutto l'orizzonte terrestre; è una possente litania cosmica che ha per contenuto una buona notizia" (G.Ravasi, Il libro dei Salmi,  vol. II, ed. Dehoniane, Bologna, p. 1002).

v. 2 Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.
C'è di nuovo l'invito a "cantare" che è l'espressione gioiosa della lode, cantare dentro la Berakah = benedizione del nome, che è l'intensificarsi della lode. Ma c'è anche il recare la buona notizia. "Annunziare" (nel testo ebraico "bisser") signifi-ca appunto comunicare un annunzio gioioso.

v. 3 In mezzo ai popoli narrate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i suoi prodigi
Il papa Giovanni Paolo II, notando che i fedeli sono invitati ad annunciare non solo "in mezzo ai popoli" ma anche a "tutte le nazioni", che poi il salmista interpella addirittura le "famiglie dei popoli", sottolinea il respiro universalistico del salmo. "È molto significativa questa apertura universale - dice Giovanni Paolo II - da parte di un piccolo popolo che era allora schiacciato da grandi imperi" (Liturgia delle Lodi III settimana. Libreria Ed. Vaticana, p. 37).

vv. 4-5 Grande è il Signore e degno di ogni lode, terribile sopra tutti gli dei. Tut-ti gli dei delle nazioni sono un nulla, ma il Signore ha fatto i cieli.
Qui il salmista esprime una posizione prettamente antidolatrica. Chi sono questi "dei delle nazioni"? Lo dice bene il termine ebraico usato dal salmista. Sono gli "elîlîm", i "vani", gli "inutili", i "nulla" (cf Gb 13,4; Sir 11,3), una "scimmiottatura di Dio" (Lutero).
Attenzione a "pregare" il salmo anche proprio come un chiedere di essere purificati da tan-ta idolatria della nostra epoca in preda alla vuotaggine degli "elîlîm", manifestazioni del "principe di questo mondo" (cf 1 Cor 10,19-21).

v. 6 Davanti gli stanno splendore e maestà, potenza e bellezza nel suo san-tuario
Splendore (hôol) e maestà (hadar) sono spesso citati nella Bibbia quasi fossero la veste re-gale del Dio creatore dell'universo. "Potenza" e "bellezza" (o magnificenza) vogliono e-sprimere la gloria di Dio, di cui tutta la terra, a mo' di "suo santuario", è in qualche misura la manifestazione.

vv. 7-9a Date al Signore […] gloria e potenza. Date al Signore la gloria del suo nome. Portate offerte […]. Prostratevi al Signore in santi ornamenti
L'invito è dunque a riconoscere Dio nella sua magnificenza, a dargli gloria. Diceva il grande Padre della Chiesa S.Ireneo: "È l'uomo la vivente gloria di Dio, e vita dell'uomo è la visione di Dio". S.Paolo pure invita: "Glorificate Dio nel vostro corpo" . E ancora dice S.Agostino: Che cosa sono questi santi ornamenti? Forse beni o capri o pecore? No, ma un cuore umile (P.L. 37,1233)

vv. 9b-10 Tremi davanti a lui tutta la terra. Dite tra i popoli: il Signore regna. Sor-regge il mondo perché non vacilli, giudica le nazioni con rettitudine.
Tremare qui non indica terrore, sgomento, ma piuttosto il senso del mistero di Dio, della sua trascendenza, del suo fascino che l'uomo, sua creatura, percepisce, se vive alla sua presenza e si esercita nell'"ascolto" del suo creato e della sua Parola. È talmente priorita-rio il mistero di Dio, a tal punto tutto dipende dal suo "esserci", che bisogna annunciarlo ai popoli. La sua è una "sovranità", che non solo governa i dinamismi e gli equilibri del co-smo ma governa anche la storia. Commenta il Papa Giovanni Paolo II: "Nell'originale e-braico il verbo tradotto con <giudicare> in realtà significa <governare>. Di qui la certezza che non siamo abbandonati alle oscure forze del caso ma siamo sempre nelle mani di un sovrano giusto e misericordioso" (Giovanni Paolo II, Liturgia delle Lodi, III settimana, Libreria Ed.. Vaticana, p.37).

vv. 11-13a Gioiscano i cieli, esulti la terra, frema il mare […], esultino i campi; si rallegrino gli alberi della foresta davanti al Signore che viene, perché viene a giudicare la terra.
Dalla grande proclamazione della sovranità di Dio che regge con giustizia tutto il cosmo e la stessa storia, esplode ora l'esultanza attraverso quel coro di tutte le creature che inneg-giano gioiose al loro Creatore. Interessante! Il salmista usa, nell'originale ebraico, quasi tutto il lessico della GIOIA "smh" = gioia piena e festiva, "gjl" = gioia entusiastica, "r'm" = rombo (voce possente e gioiosa del mare); attraverso altri passaggi, si giunge fino all'esplosione esultante di tutto ciò che esiste in una danza cosmica "rnn".
Tutto, proprio tutto gioisce: i cieli, la terra, il mare (componenti cosmologiche) e le creatu-re più specificamente collegate alla vita dell'uomo: i campi e le foreste.

v. 13b Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti
Tutta la gioia della lode cosmica è indirizzata a "Colui che viene". La Chiesa primitiva traduceva tutto questo in un grido-preghiera: Maranà-thà. Vieni, o Signore! E la Bibbia si chiude con l'ultima espressione dell'Apocalisse: "Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! Sì, verrò presto. Vieni, Signore Gesù" (Ap 22,17.20).
Così in una rilettura cristiana di queste espressioni salmiche, la venuta di Dio e il mistero della sua sovranità divina si manifesta nell'Incarnazione. Gli antichi Padri integrarono co-sì: "Il Signore regna dall'umiliazione dell'albero della croce" (cf S.Giustino in Gli apologeti greci, Roma 1986, p. 121).
Di qui l'accento posto sulla gioia a causa di una volontà universale di salvezza da parte di Dio. Gesù la conferma di-cendo: "Dio non ha mandato suo Figlio a giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Gv 3,17).

Il salmo è un lirico invito a riappropriarsi di un creato stupendo che è da rispettare, da curare (perché oggi è ferito, maltrattato, violentato e malato). Proprio questa parola sacra ci per-suade che il creato non ci è dato perché ce ne impossessiamo a nostro egoico comodo. La gioia vie-ne a noi appena riusciamo a comprendere quanta bellezza ci è data, quanti doni sono per noi attra-verso un creato che esprime amore da parte di Dio e può diventare nostra espressione di lode e d'amore a Lui. Purché ci dissociamo dalla mentalità corrente che è idolatria, cioè assolutizza ciò che ha e quello che vuol avere. Invece se il cuore è libero, si dilata e si dispone più facilmente a compiere quel che deve fare, AMANDO.

S.Agostino ha una parola attualissima oltre che profonda: "Tu canta con la bocca! Sal-meggia con le opere! Chi sono quelli che cantano e anche salmeggiano con le opere? Coloro che compiono il bene con gioia. Il canto infatti è segno dell'allegrezza. Che cosa dice l'apostolo? <Dio ama chi dona con gioia> (2 Cor 9,7). Qualunque cosa tu faccia, falla con gioia. Allora fai il bene e lo fai bene. Se invece operi con tristezza, sia pure che per tuo mezzo si faccia del bene, non sei tu a farlo. È come se reggessi il libro dei salmi ma senza cantare" (Esposizione sui salmi, III, Roma 1976, pp 192).

Un cuore libero da attaccamenti, da avide brame di possesso egoistico è un cuore capace di vivere e servire AMANDO con gioia, attraverso il dono di un creato che Dio ha ideato per noi

- So "leggere" nel creato come nella mia storia e in quella del mondo, la sovranità di Dio? Oppure di questa sovranità ho perduto le tracce? E vivo correndo dietro quello che ho "da fare"?

- Mi rendo conto che "elîlîm" cioè nullità sono persone e cose, quando io do loro eccessiva importanza e pretendo di far dipendere la mia gioia dal "possederle"?

- Mi educo a gioire di quel canto che silenziosamente si leva dal cielo, dai monti, dal mare, dal vento, da ogni anche piccola creatura dell'universo, che è una specie di "tempio cosmi-co", dove io stesso posso trasformare in voce di lode il mio vivere?

- Sono dentro alla legge del "dovere per il dovere" o vivo servendo Dio amando? Quel che faccio è canto di gioia o è triste catena che mi opprime?


“Il Signore viene!”. È il grido del salmo. E io trovo modo di accoglierlo in silenzio. Accoccolato ai piedi di Gesù o in pieno sole contemplando il creato, gli chiedo di guarirmi da ogni idolatria e di fare del mio vivere il canto nuovo dell’amore. Farò mio il grido: Maranà-thà! Vieni, Signore Gesù!