Sì, per vivere con orizzonti di vita eterna; ma, appunto per questo, preghiamo per poter vivere dentro la nostra storia, inglobando nella preghiera e nella vita le "mappe" delle urgenze di oggi.

Un uomo che ha il coraggio di essere se stesso fino in fondo.
Nato a Tekoa, (villaggio non lontano da Betlemme), visse la sua missione al tempo di Geroboamo II (783 - 743 a.C.).
Ecco come si presenta: "Non sono profeta, né figlio di profeta: ero un raccoglitore di sicomori. Il Signore mi prese da dietro il bestiame e mi disse: "Va, profetizza al mio popolo Israele…". Amos: un uomo, dunque, di una certa agiatezza, per quei tempi, con una sua vita e un suo lavoro. Erano tempi di una certa tranquillità politica ed economica. Però, sotto sotto, si celava un sempre più grave squilibrio sociale. I falsi profeti, come Amasia, predicavano l'obbedienza al re che favoriva l'arricchimento di pochi a danno dei poveri sempre più poveri. Veniva meno il sentirsi "popolo di Dio", cioè il sentirsi responsabili di tutti, specie dei poveri. I deboli venivano sfruttati e schiacciati dai più forti.
La preghiera, fatta di ritualismo sterile, serviva al potere per "anestetizzare" la gente; era un'ipocrita copertura d'ingiustizia e prevaricazione.
E' in queste condizioni difficili che Amos è mandato da Dio a profetizzare. La verità della sua preghiera, d'interiore rapporto con Dio, trova verifica nel suo assumere con slancio profetico, il coraggio di un messaggio scomodo ma veritiero e salutare.
Oggi urge essere come Amos: uomini di Dio, uomini che con la forza della sua Parola modellano se stessi e anche la società a cui questa Parola comunicano come l'irrompere di una luce che non si può offuscare nel compromesso.

Amos 5,1-15

 

"Cercate me - dice Dio attraverso il profeta Amos - cercate me e vivrete!" (Cf 5,4). Ma a un patto: di cercarlo sulle vie della verità della giustizia della solidarietà. Dio non può essere tenero, né ieri, né oggi né mai, con chi disattende queste sue vie o cerca di "ripararsi" fuori della storia.

Amos ha esordito dicendo: "Dio ruggisce da Sion" (1,2). E ne ha denunciato le ragioni. Damasco è condannata per i suoi saccheggi; Gaza e Tiro per le loro deportazioni; Edom ed Ammon per le loro raccapriccianti crudeltà; Giuda è condannato per aver rotto l'Alleanza con Dio e Israele per aver calpestato i poveri.
Dio non è un "paparone" connivente con le malefatte dei suoi figli. La sua, comunque, è l'ira di uno che ama. Colpisce inaridendo i giardini e le vigne (cf 4,9), diventa sterminatore. Ma spia del suo amore fedele è il grido accorato così a lungo ripetuto: "Non siete ritornati a me" (4,6 bis. 8 bis. 9 bis. 10 bis. 11 bis).
Con le donne che tentano d'inbonire Dio con sacrifici senz'anima, opprimono i deboli e schiacciano i poveri vestendo lussuosamente, avide di coinvolgere i mariti nel piacere, Amos è tutt'altro che tenero: le chiama "vacche di Basan" (4,1).
"Colui che forma i monti e crea i venti, che rivela all'uomo qual è il suo pensiero, che fa l'alba e le tenebre e cammina sulle alture della terra, Signore Dio degli eserciti è il suo nome" (4,13), questo Dio rivelato da Amos è un Dio meraviglioso, grande e forte. Non puoi deluderlo, tanto meno ingannarlo.

5,1-3 "Ascoltate queste parole, questo lamento, o casa d'Israele, non si alzerà più la vergine d'Israele…".
L'invito come tante volte nella Bibbia, è ad ASCOLTARE, a farsi attenti nel cuore. Si tratta di un lamento. Israele è paragonato a una vergine che muore prematuramente privata delle nozze e dei figli.
L'immagine ricorda il tema dell'alleanza nuziale nel rapporto con Dio, fondamentale nella Bibbia (cf Os 2,4ss; Ger 1,2ss; Es 16,3ss; 23,1ss; Gl 1,8).

5,4-6. 14-15 "Poiché così dice il Signore alla casa d'Israele: "Cercate me e vivrete (…). Cercate il bene e non il male, se volete vivere e così il Signore degli eserciti sia con voi come voi dite. Odiate il male e amate il bene e ristabilite nei tribunali il diritto; forse il Signore Dio degli eserciti avrà pietà del "resto d'Israele".
E' un oracolo importante! Comprende l'ordine di cercare il Signore come fonte unica della vita (cf Dt 12,5; 30,15ss; Sl 24,6) e comprende pure il divieto di frequentare i santuari di Betel, Galgola e Bersabea. L'autentica ricerca di Dio non passa attraverso questi santuari dove si esprime un culto formalistico, superficiale e privo di vero ossequio a Dio perché vuoto di giustizia verso il prossimo. "Cercate il bene e non il male", significa piuttosto obbedire a Dio (cf Dt 30,15; Gn 2,17): esprimendo questa "obbedienza" in rapporti di giustizia nei confronti del prossimo ("ristabilite nei tribunali il diritto" v. 15a). Emerge qui anche l'idea del "resto di Giuseppe (v. 15b. Confronta altrove il "piccolo resto") che, cercando Dio e il bene, evita di essere distrutto e porta avanti l'Alleanza: il filo d'oro della salvezza dentro tutta la storia, la manifestazione della fedeltà di Dio che mai è mutata.

5,7. 10-12 "Essi trasformano il diritto in veleno e gettano a terra la giustizia (v. 7). Essi odiano chi ammonisce (…) voi schiacciate l'indigente (…) Essi sono oppressori del giusto, incettatori di ricompense e respingono i poveri in tribunale".
Ecco la chiara denuncia di "misfatti" ed enormi peccati (v.12) che , per altro, non sono solo di quel tempo perché frutto del ripiegarsi dell'uomo su se stesso, del suo diventare egocentrico. In ogni epoca è questo che distrugge e avvelena tutto!

5,8 "Colui che ha fatto le Pleiadi e Orione… Signore è il suo nome".
Vengono qui inglobati alcuni poetici frammenti al Dio Creatore, presumibilmente da unire a 4,13."Ecco Colui che forma i monti e crea i venti, che manifesta all'uomo il suo pensiero, che fa l'alba e le tenebre e cammina sulle alture della terra". Allo stesso inno apparterrebbe anche 9,5-6. "Il Signore, Dio degli eserciti colpisce la terra ed essa si fonde (…). Egli costruisce nel cielo il suo soglio (…). Egli chiama le acque del mare e le riversa sulla terra. Signore è il suo nome". Quella che qui si celebra è l'infinita potenza di Dio. Egli è tale pienezza di "essere" e di "bellezza" che non può sopportare il "non-essere" che è il male, l'ingiustizia, la prevaricazione, il vilipendio dell'uomo per l'altro uomo; Dio li ha in odio.

5,13 "Perciò il prudente in questo tempo tacerà perché sarà un tempo di sventura".
Questo silenzio è espressione della saggezza e prudenza umana, a cui Amos vorrebbe attenersi. Ma egli ha avuto ordine di parlare (cf 3,8; 7,15) perché Dio, proprio "ruggendo" attraverso la forte voce di Amos, vuole ancora salvare il suo popolo.

Come si può non cogliere la bruciante attualità di questa pagina? Dio "ruggisce" anche oggi dentro a calamità (pensiamo anche solo a quelle ecologiche!) non messe in atto da Lui ma provocate dalla "deriva" di un mondo in preda all'empietà, all'egoismo, alla stoltezza dell'uomo. Anche oggi c'è più religiosità formale che fede. Oppure c'è fede "inscatolata" in alcune preghierine e atti più magici che devoti, perché giocati sul tornaconto, sullo sfruttamento del debole, del povero.
Pregare invece è aprirsi anzitutto all'ascolto della Parola di Dio. Essa però poi mi impegna a convertire il cuore e la vita. Non è il caso di scandalizzarsi se avverto che l'ingiustizia, purtroppo, a volte, avviene conniventi anche certi uomini di chiesa. Ci sono poi molti cristiani che cercano una religiosità superficiale che soddisfa momentaneamente i sentimenti, senza il coraggio d'impegnarsi là dove oggi il povero è venduto nello sfruttamento economico e nell'efficientismo per produrre di più, la donna e il bambino sono trattati da oggetto di piacere al mercato della prostituzione e della pedofilia e le lentezze - pigrizie burocratiche impediscono a ciò che è giusto d'imporsi. Cercare Dio, scegliere il bene ed evitare il male è urgentissimo, oggi. Davvero scegliere Dio e il bene è vivere. Fare altre scelte è morire. Si tratta della morte nostra e del pianeta. Ma noi vogliamo essere quel "resto di Giuseppe" (5,15) a cui il Signore vuole affidare il trionfo del bene. Credere nella sua Alleanza, pregare la Parola e viverla in scelte di giustizia, di solidarietà, di pace: è questo che urge.
Siamo chiamati ad essere profeti, oggi: profeti veri, non falsi. La gente deve riconoscerci come tali più che dalle parole, dai frutti del nostro agire secondo verità, giustizia carità (cf Mt 7,15-20). Non dunque la preghiera di chi dice "Signore… Signore" senza preoccuparsi di dire ciò che il Signore chiede, ma la preghiera di chi fa la volontà di Dio (cf Mt 7,21-23) perché da Lui riceve la forza, il coraggio, la perseveranza.

Com'è la mia preghiera? Dà sulla vita, tende cioè a convertire il mio cuore, a cambiare il mio modo di pensare e di agire oppure è alienazione quasi un oppio tra il mio io profondo e i miei precisi impegni nei riguardi della stessa preghiera?

Sono profondamente convinto che cercare il Signore significa davvero scegliere la vita: una vita secondo Dio, secondo le Beatitudini evangeliche?

E le mie Eucarestie? Sono accoglienza dell'Alleanza che Dio continua a stringere con me perché io viva condividendo con i fratelli?

Che cosa decido concretamente per evitare la frattura tra preghiera e vita?

Sotto lo sguardo di Gesù, prendo coscienza della meraviglia che è la vita tutta "giocata" con Dio, dentro qualsiasi vocazione Egli mi presenti.
Lo ringrazio e Lo lodo. Gli chiedo luce per unificare la mia vita, così che i miei indispensabili momenti di preghiera siano tali da rendermi capace di assumere le mie responsabilità (piccole o grandi che siano) nei confronti di ciò che è vero, giusto e buono, di ciò che fa crescere pace e solidarietà là dove vivo, di ciò che mi fa "gridare" il Vangelo dentro i miei giorni.