Amos 8,4-6. 10-13; 9,8-9; 14-15
"Cercate Dio e vivrete". "Cercate
il bene e non il male" ci ha detto Amos.
E Gesù ci ha illuminato nel fatto che cercare il Regno di
Dio e la sua giustizia (che è santità di vita) significa poi
realizzarsi davvero e pienamente, perché si tratta di conseguire "amore,
pace, gioia" non da soli ma nello Spirito Santo ( cf Gal 5,22). Qui ora
Amos continua la sua requisitoria, dentro la consapevolezza d'essere
profeta: portavoce di Dio. Ma non lo siamo anche noi a causa del
battesimo?

Il profeta ha visto Dio desistere dalla decisione di castigare col fuoco il suo popolo. Però ora lo vede come chi ispeziona un cantiere con un piombino in mano che è la sua stessa Parola. Avendo constatato che il muro è stato edificato malamente, decide di abbatterlo. Amos dice ciò che vede in preghiera: Non può che annunciare quanto Dio gli mostra, dentro la verità della situazione di un popolo che, allontanandosi da Dio, va verso la perdizione. Ciò infastidisce moltissimo Amasia che, sacerdote capo del clero locale, è connivente, per suoi personali interessi, con le malefatte del re Geroboamo II. Chiede dunque a Amos di allontanarsi, come se fosse un perturbatore politico che mette in pericolo la sicurezza dello Stato. Amos però, forte della chiamata di Dio, gli risponde: "Non ero profeta, né figlio di profeta; ero un pastore e raccoglitore di sicomori; il Signore mi prese di dietro al bestiame e il Signore mi disse: Va, profetizza al mio popolo". Cosciente della forza che gli viene dalla chiamata di Dio, Amos non teme di comunicare al popolo ciò che ridesterà, almeno in una parte di esso, il desiderio e la volontà, di cercare nuovamente il Signore.
8,4-7 "Ascoltate questo, voi che calpestate
il popolo…".
Mentre prima Amos ha denunciato i giudici corrotti, qui è contro i
commercianti fraudolenti che sono impazienti e vorrebbero non rispettare le
feste (del novilunio) e il sabato, pur di far soldi. Così truffano
(diminuiscono le misure, usano bilance false), esercitano l'usura (aumentando il
siclo), derubano e sfruttano il povero con l'inganno (lo "comprano per un
paio di sandali") e, non contenti di arricchire vendendo buon grano, si
fanno pagare per buono anche "lo scarto del grano". Ma Dio grida che
non si dimenticherà tutte queste malefatte.
8,9-10 "In quel giorno -oracolo del Signore
Dio- farò tramontare il sole a mezzodì…".
Qui è preannunciata la terribile presa di posizione di Jahwè: un
cataclisma che colpirà tutta la terra e avrà riflessi sul cosmo intero. Anche
in Ger 6,26 e Zc 12,10 si parla di questo "giorno d'amarezza", questo
tempo di castigo e di pena "come un lutto per un figlio unico".
8,11-12 "Ecco, verranno giorni -dice il
Signore- in cui manderò la fame nel paese: non fame di pane, né sete di acqua,
ma d'ascoltare la Parola del Signore (…) per cercare la Parola del Signore ma
non la troveranno".
Il profeta qui invita a "cercare" il Signore, ad
"ascoltare" la sua Parola prima che sia troppo tardi. L'essere ormai
impossibilitati a trovare la Parola farà infatti "appassire" le belle
fanciulle e i giovani, per mancanza dell'acqua viva che è appunto la Parola.
9,8-9 "Ecco, lo sguardo del Signore Dio è
rivolto contro il Regno peccatore: io lo sterminerò dalla terra, ma non
sterminerò del tutto la casa di Giacobbe, oracolo del Signore".
Nei versetti precedenti l'autore presenta Jahwè nella sua maestà di
Signore dell'universo che è all'opera dentro la storia. Ma non è nelle sue
intenzioni di sterminare l'universo intero. C'è sempre un "piccolo
resto" (cf Bar 2,29) del popolo che, come grano liberato dalla pula e poi
perfino dai sassolini (mediante fine setaccio) cammina operando giustizia sotto
lo sguardo del Signore. Questi operatori di giustizia in Cristo -lo sappiamo
soprattutto in ambiente di Nuova Alleanza! - saranno salvati.
9,14-15 "Farò tornare gli esuli del mio
popolo Israele, e ricostruiranno la città…".
E' la parte finale del libro di Amos. Come un tempo fece con Davide, ora il
Signore provvederà a ricostruire. Si annunciano così tempi
nuovi: "Il vino nuovo" come il coltivare giardini, il
ricostruire città, il mangiare frutti è un parlare simbolico che allude a ciò
che è già nel cuore di Dio: il progetto di un'Alleanza
NUOVA, di quell'assoluta novità che sarà il Verbo fatto carne,
liberatore e redentore e perciò promotore di un
popolo pure NUOVO: quello delle Beatitudini.
Amos trova la forza di essere se stesso, fuori dal compromesso che invece
imprigionava Amasia legato agli interessi del re e della classe dominante.
Non è nato profeta ma lo diventa a causa della chiamata di Dio. E' così anche
per noi, se viviamo la nostra VOCAZIONE battesimale.
Il Signore vuol servirsi di noi, chiamandoci anzitutto alla libertà, ad avere
una coscienza critica nei confronti di questa società
schiavizzata dalla corsa ad "avere di più". Ma per essere liberi
occorre cercare Dio, avendo
una fame e una sete consapevole della sua Parola.
Si tratta di cercare Dio anzitutto nella priorità della preghiera dentro
le proprie giornate. Bisogna "pregare la Parola" ogni giorno e
partecipare spesso (almeno la domenica!) all'Eucarestia e consegnare spesso i
propri peccati e debolezze al Signore nel sacramento del Perdono.
Così ci facciamo riedificare diritti dal "piombino" di Dio (cf
Amos 7,7) che è soprattutto la mentalità di Cristo assimilata attraverso il
Vangelo.
Il coraggio di essere profeti oggi consiste proprio nel vivere la
convinzione che urge assumere le categorie eversive delle Beatitudini, del
realizzare ogni nostra buona potenzialità ma nello spirito del dono di sé,
della solidarietà, della condivisione dei beni, del tenersi fuori da giochi
d'interessi privatistici (e dunque egoistici) a scapito del bene comune e dei
poveri anzitutto.
Dio è all'opera nella storia, ma mi ama talmente da
coinvolgermi, come profeta di speranza.
Si possono piantare vigne e bere vino nuovo di una società
rinnovata dal Vangelo. Si può "coltivare giardini" di una vita a
misura di uomini e di cristiani. Si tratta però di bandire le passività e le
pigrizie, di vivere l'Alleanza di Dio con me nella fedeltà dell'amore che lo
incontra nella preghiera di ogni giorno.
Vedo questo inderogabile primato e so però di viverlo solo se lo vengo saldando
alle mie scelte. La prima è quella di essere profeta critico della società in
cui vivo. La seconda è di avere il coraggio della profezia anzitutto con
l'essere coerente ad ogni costo là dove mi trovo, e poi con l'esprimere -
calmo/a e persuaso/a - le mia convinzioni a causa di Cristo e del suo Vangelo.
Sono persuaso/a che col Vangelo ho tra le mani le potenzialità della più grande, profonda e vera rivoluzione della storia? Sono convinto/a che se non produce cambiamenti è perché credo, crediamo troppo poco alla sua divina potenza?
In un mondo tanto facile alla superficiale euforia o alla depressione, mi guardo dalla superficialità con l'altalenare dell'ora pregare e dell'ora tralasciare, dell'ora spremere il piacere per il piacere, ora esserne nauseato e depresso?
Sono ben certo/a di essere infinitamente amato/a in assoluta gratuità da Dio e perciò di essere chiamato/a ad amare con gratuità?
Che posto hanno nel mio cuore e nella mia vita i poveri, gli oppressi, gli emarginati, i sofferenti della nostra società?
Trovo uno spazio di grande silenzio e solitudine e cerco
il Signore assaporando in modo contemplativo la preghiera che
Gesù mi ha insegnato: il Padre nostro. Chiedo poi allo Spirito Santo di essermi
luce circa alcuni propositi concreti.
Risponderò dunque a queste domande:
Come, quando, dove mi ritaglierò tempi di preghiera ogni giorno?
Quale impegno concreto di servizio agli altri?