In questa pericope Giona, scosso dalla terribile prova-correzione del Signore è più remissivo. Dio non deflette dal suo progetto di salvezza per Ninive, e Giona -ora- obbedisce; si fa "porta-parola" di Dio.
Si possono cogliere 4 nuclei narrativi:
vv. 1 - 3 Di nuovo Dio manda Giona a Ninive, una città molto grande e lo
incarica di annunzio.
Giona ora obbedisce alla Parola di Dio.
vv. 4 In modo molto sobrio è detto che Giona, di fatto, richiama i Niniviti a conversione, se non vogliono perire. Tempo: 40 giorni (come i 40 giorni del diluvio!)
v. 5 - 9 Gli abitanti e il re stesso credono al Signore, prendendo sul serio
l'avvertimento di Giona.
Sono dette le modalità in cui si esprime questa "fede-presa di
co-scienza" da parte del popolo e del sovrano. Viene indetto un digiuno che
coinvolge tutti (uomini e animali); coperti di sacco pregano con "tutte le
forze" e cambiano vita, uscendo dalla violenza
v. 10 "Dio vide le opere": espressione concreta di una fede che li porta a convertire la vita. E Dio, nella sua misericordia, desiste dalla decisione di distruggere Ninive. Ciò che prevale è la sua identità stessa (ora non impedita da cattivo uso della libertà): il suo essere Amore-Misericordia.
vv. 2.3 Ninive, una città molto grande, di proporzioni leggendarie, è simbolo delle città pagane e del peccato. Giona che "si alzò e andò" entra con Abramo nell'obbedienza della fede e diventa vero uomo, inviato da Dio per salvare (cf. Gn.22,3).
v. 4 Giona percorse tutto un giorno la città e, secondo il Midrash Yonà, la voce del profeta rimbombava talmente forte, che fu udita in ogni angolo, per ogni dove.
v. 5 Credettero a Dio: verbo molto forte! Esprime una grazia d'illuminazione nel cuore di questi pagani. Essi capirono che Dio aveva realmente in mano la loro sorte e, se avesse voluto, avrebbe potuto distruggere Ninive, la città potentissima.
vv. 6 - 9 Il modo di recepire la Parola da parte dei Niniviti e del re esprime con forza icastica il cuore della pericope che è il pentimento e la conversione. Col digiuno Ninive "celebra il cordoglio e le esequie della sua malvagità". Da notare che c'è forza di preghiera, conversione del proprio modo di pensare, di vivere, di agire e una decisone di uscire dalla violenza che - notiamolo! - secondo la prassi espansionistica degli Assiri era un calpestare tranquillamente i diritti altrui. Come il male aveva travolto e inquinato tutti e tutto, così ora la penitenza è per tutti (per ogni Ninivita e per ogni animale). Ciò esprime bene l'ampiezza e le conseguenze gravissime del "mistero di iniquità", cui però si oppongono le conseguenze (pure misteriose e ampissime nel bene) della conversione.
v. 10 A proposito di questo versetto è interessante ciò che leggiamo nel Talmud: "Dio non notò le vesti di sacco né il digiuno, ma il fatto che "si erano convertiti dalla loro vita malvagia e avevano abbandonato la violenza" Il testo ci fa dunque cogliere quanto il pentimento non consiste in fatti esteriori (abito di sacco, digiuno). Questi sono "segni" importanti dell'essenziale che è cambiare mentalità, modo di vivere, scelte nel proprio quotidiano. La conversione, così decisa e totalitaria da parte dei Niniviti pagani, trova il suo opposto nella protervia del popolo eletto, che resiste agli ammonimenti della parola di Dio offerta da Geremia. Perfino il frasario è lo stesso: "Chissà che Dio…"ma l'esito è opposto: per i Niniviti: obbedienza alla Parola-conversione e vita; per il re d'Israele: rifiuto della parola di Dio, vita malvagia e morte (cfr tutto il cap. 36 di Geremia). Certo, questa pericope del libro di Giona vuole esaltare l'attenzione misericordiosa di un Dio che non dà mai per "spacciato" l'uomo. A Giona, ribelle e disobbediente, ripete, in novità di fiducia, l'invito a essere portatore della sua salvezza; ai Niniviti, immersi nella malvagità e fautori di violenza, concede misericordia e vita.
Nella mia vita, percepisco con forza l'onnipotente amore di Dio come onnipotenza di salvezza? Anche quando, come Giona, sono scivolato nel peccato che è sempre disobbedienza alla sua Parola-progetto di salvezza per me e per altri?
Dopo momenti di crisi ho sempre il coraggio di rimettermi nell'obbedienza a Dio, che è obbedienza alla Sua Parola, a quello che Egli vuole da me tramite la Sua legge,la mediazione della Chiesa e soprattutto il precetto-sintesi: quello dell'amore?
Digiuno e vesti di sacco (= vita sobria, fuori dall'attaccamento a denaro, roba, temperanza e discernimento nell'uso dei mass-media ecc.) preghiera forte (con tempi quotidiani e modalità ben precise) conversione (cambio di mentalità: da quella mondana a quella del Vangelo) sono i caposaldi del mio vivere? E il "vivere" i sacramenti mi porta a questo?
Signore, rendimi sempre più persuaso/a che tu non ti stanchi di amarmi e di
affidarmi una missione che è collaborare alla Tua salvezza, là dove tu mi
vuoi.
Fammi vivere in una dinamica di conversione permanente come risposta di umile
amore al Tuo infinito Amore.
Non mi senta mai " installato" nel bene.
Mai, assolutamente mai, io mi creda migliore degli altri, facendo violenza con
negatività di giudizio, di rifiuto, di non amore.
Aiutami, al contrario, ad avere il coraggio della testimonianza e l'audacia
dell'annuncio dentro un cuore umile e cordiale, perché abitato da te.
Nel silenzio del mio cuore, non cerco segni portentosi e magici, ma Te, Signore
e la Tua volontà. In essa sarò salvo. Per essa ti darò una mano a salvare i
fratelli.