Una donna saggia, capace di discernimento e di affidamento a Dio
Giuditta è una donna emblematica. Non a caso il suo nome deriva da Giudea e Giudei: la nazione e il popolo d'Israele. Dà il nome ad un libro deuteronomico, escluso cioè dalla Bibbia ebrea, accolto dai cristiani. Non ne possediamo che la traduzione greca. Ci è facile rilevare che non è strettamente storico e che la stessa geografia dei luoghi citati non è reale. Qual è dunque il senso, l'identità del libro? Quello di narrare una "storia" (tra favola e parabola) che ha una forte densità teologica e spirituale. E' il messaggio che conta! Nabucodonosor (605-562 a.C.) (qui presentato come Re sovrano degli Assiri, mentre fu re dei Babilonesi) è il prototipo del sovrano potente che presume l'onnipotenza! Egli concerta un piano strategico per diventare "signore e dio di tutta la terra", dispiegando incredibili forze di eserciti, cavalli, cavalieri e realizzando stragi a non finire. A questa volontà di potenza che vuole imporre il culto di sé a tutti i viventi, resiste solo la nazione ebraica, che confida nel Dio del cielo. Quando anche i suoi capi, fiaccati da un lungo, terribile assedio, cadono in preda alla paura delle forze ultrapotenti del nemico e stanno per cedere, ecco levarsi Giuditta: una fragile, bellissima donna, fedele in tutto al Dio vero. Sotto la sua mano cade Oloferne, il "generalissimo" delle truppe di Nabucodonosor. La vittoria non la inebria di orgoglio ma diventa canto di lode e danza al Signore da parte sua e di tutto il popolo. In filigrana cogliamo la figura di Maria SS. che schiaccia il serpente antico e nel Magnificat esprime tutta se stessa nell'esaltare il Dio di ogni vittoria.
Solo all'8° dei 16 capitoli del libro di Giuditta compare la protagonista. Tutto ciò che precede è però drammatico antefatto che fa da sfondo alla sua impresa e raggiunge l'acme quando la "turba immensa" degli Assiri (7,18) assedia per lunghi giorni Betulia fino a che in città comincia a scarseggiare l'acqua. Nella tremenda paura di morire di sete, il popolo leva grida al Signore e si raduna presso Ozia e gli altri capi della città, nello sconforto più nero. Cogliamo una fede imperfetta in Ozia che, pur esortando gli Ebrei a ricorrere al Dio vero, limita a cinque giorni il tempo dell'attesa di un intervento liberatorio di Dio. Se il Signore non interverrà - egli dice - si farà come, per paura, il popolo chiede a gran voce: ci si consegnerà con la città intera al saccheggio di Oloferne, il capo potentissimo nelle cui mani Nabucodonosor ha posto tutte le sue forze militari. Ecco, in questo ampio contesto cogliamo il senso della storia che sostanzialmente è un unico evento: lo scontro frontale tra i nemici di Dio e, qui, la nazione santa: in senso più lato e universale, lo scontro ( mai definitivo per ora) tra il male e il bene. Dio è Colui che vince con i mezzi impensabili: qui, con l'intervento di una donna, emblema per gli antichi di fragilità e debolezza grandi.
vv. 1-8 Anche la genealogia di Giuditta non è tale da provarne in modo preciso la realtà storica, perché non si rifà a uno dei 12 figli di Giacobbe. Tuttavia l'autore nomina Sardassai (citato pure in Num.1,6) come "figlio d'Israele". E' che all'autore sacro preme presentare Giuditta quale emblematica, stupenda figlia del popolo di Israele. E' vedova da tre anni e, pur essendo ricchissima e molto bella, vive appartata, dedita alla preghiera e al digiuno con cui esprime la sua grande fedeltà a Dio, dentro un tenore di vita integerrimo per cui mai nessuno aveva potuto malignare sul suo conto.
vv. 9-14 Giuditta viene a sapere dell'inconsulto cedimento dei capi alla volontà di un popolo disperato e vacillante nella fede. Manda subito a chiamare Ozia e altri due capi e fa loro una forte, lucida requisitoria intorno al loro erroneo discernimento. Hanno sbagliato! Dentro una decisione affrettata, non hanno avuto il coraggio della vera Fede; hanno operato una mediazione sostanzialmente blasfema che osa "precettare" Dio, mettendolo alla prova. Era già capitato al popolo d'Israele! Si pensi all'episodio di Massa e Meriba (= prova e litigio), dove il popolo, proprio per mancanza d'acqua, protesta con Mosè tanto da rimpiangere la schiavitù d'Egitto (cfr. Es 17,1-7), mettendo alla prova il Signore.
vv. 15-20 Giuditta essendo donna di preghiera e di ascesi, sa bene quel che si deve fare: invocare dal Signore l'aiuto e aspettare la sua salvezza. Per chi non è idolatra questa salvezza, su tempi non nostri ma suoi, certo verrà, se si ha fiducia in Lui.
vv. 21-27 Da questa donna, in cui abita la luce del Signore prima ancora della sua potenza, viene un forte richiamo alla responsabilità. Responsabili della strage degli uomini e del tempio, dell'altare di Dio, devono sentirsi i capi! Quanto a questo triste evento bisogna leggerlo - dice Giuditta - come una prova. Il Signore che provò con il fuoco il cuore di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, prova anche noi - afferma - solo per correggerci. E dunque come non ringraziarlo? C'è in Giuditta un superamento della posizione di Giobbe che non seppe vedere la positività della sofferenza del giusto.
vv. 28-35 Le parole di Ozia ancor più mettono in luce la personalità di Giuditta: da sempre - egli dice - è stata donna saggia e dedita alla preghiera, lei che ha il cuore buono. Aggiunge parole di scusa sulla proposta che gli era stata quasi strappata dalla disperazione del popolo. A Giuditta chiede l'intercessione della preghiera. Lei però, ispirata dal Signore, concepisce un piano arditissimo e singolare che per ora non svela. La segretezza lo rende più attinente al mistero e più atteso nell'esecuzione che sarà narrata poi. I capi le invocano pace e aiuto dal Signore che opererà con lei.
Chi di noi non si è imbattuto e non s'imbatte nella prova? Ci sono ore di dolore, difficoltà, fatica e grande oscurità interiore in cui la tentazione è di barattare tutto per tutto. Perfino la schiavitù (dei vari nostri Egitti) si rimpiange. La libertà costa, è esigente e conduce su strade di responsabilità che sono irte di fatica. Si preferisce rimpiangere il passato, oppure sprecare energie nel cercare il colpevole (cfr. 7,24). Ed è un esercizio, più che inutile, deleterio per chi dovrebbe, proprio nella prova, puntare la propria attenzione su Dio, su Gesù che si è addossato tutte le nostre colpe, Lui vittima innocente! Per una comunità poi è distruttivo questo cercare di chi è la colpa. Così come è deleterio rimediare soluzioni di comodo fuori dal vero discernimento che è guardare gli avvenimenti alla luce della mentalità di Gesù, della sua vita, del suo Vangelo e in particolare della sua Pasqua. Quando siamo nella prova, la tentazione è dire: Perché? Perché proprio a me questa malattia, questa delusione, fallimento? Perché proprio alla mia famiglia? Perché alla mia comunità? Si supera la tentazione entrando nella dinamica di Eb 12,1-12 che conferma quel che è già nella mentalità di Giuditta: la prova è la correzione di un Padre che ci ama e fruttifica poi pace e vita giusta.
Mediante l'esercizio della consapevolezza del respiro entro nel suo ritmo, mi pacifico a livello fisico e psichico e lascio emergere quello che nel mio vissuto è stato dolore oscuro, delusione, forte disagio apparentemente senza spiegazioni razionali.
Con l'aiuto dello Spirito Santo vivamente invocato afferro quello che in me è stata la tentazione di contrastare con Dio, di evadere in qualche modo dalla sua volontà o permissione, vedendo solo negatività o cercando "scappatoie" seguendo i criteri della mentalità mondana.
Prendo soprattutto coscienza dei miei stati d'animo di sconforto, buon terreno per la sfiducia nei confronti di Dio e della sua salvezza. Ne prendo coscienza con pace nello spirito, ma con lucidità.
Denuncio anche la facile tentazione di "precettare" Dio, di piegare la sua volontà alla mia, pur di uscire dalla "prova".
A questo punto chiedo l'aiuto di Maria per ottenere la grazia del vero discernimento che è riconoscere il senso della "prova" approdando a:
Fede vera: fidarsi in un Dio che tace
Speranza vera: guardare alle cose che ancora non si vedono come se
le vedessi, percependole come il "tesoro", la "meta".
Carità vera: accettare tutte le morti necessarie alla nascita
dell'amore autentico.
Itinerari contemplativi
VOGLIO AMARE COME TE
Signore mio Gesù, voglio amare tutti coloro che Tu ami. Voglio amare con Te la
volontà del Padre.Non voglio che nulla separi il mio cuore dal tuo, che
qualcosa sia nel mio cuore e non sia immerso nel tuo. Tutto quel che vuoi io lo
voglio. Tutto quel che desideri io lo desidero.
Dio mio, ti do il mio cuore, offrilo assieme al tuo a tuo Padre, come qualcosa
che è tuo e che ti è possibile offrire, perché esso ti appartiene.Charles De
Foucauld