Prima lettera di Pietro 2,19-25
Anche la pazienza, quella vera è "frutto" dello Spirito. Cioè si
tratta di un atteggiamento che Egli attiva in noi. E ben si coniuga con gli
atteggiamenti che già abbiamo preso in considerazione: l'amore, la gioia, la
pace.
Prima di tutto, dunque, bisogna sgombrare il terreno da "preconcetti"
sulla pazienza. Affermiamo cioè con forza che la pazienza cristiana non è
quella di chi è "paziente come un asino" che significa: impotente a
vendicarmi di un male ricevuto me ne sto rassegnato, inerte.
La pazienza è forza, vigore spirituale nel sopportare cose moleste, coraggio
nel soffrire ma perché, come vedremo, in Gesù è altissima espressione d'amore
Sì, pazienza è coraggio di soffrire bene. L'etimologia della parola
viene infatti dal verbo latino . "pati" = soffrire.
Dopo aver detto che il cristiano è chiamato a vivere i suoi doveri civici
rispettando le autorità e le leggi dello Stato, S.Pietro si rivolge agli
schiavi che rappresentavano una parte notevole della società di quel tempo e
che venivano spesso maltrattati.
Nel raccomandare loro un atteggiamento di pazienza, l'autore sacro non si limita
agli schiavi, ma abbraccia la condizione generale dei cristiani. Sì, in forza
della sua vocazione, il seguace di Cristo è in grado di vivere come
"grazia" l'ora della sofferenza non causata dai suoi errori ma da
ingiusti maltrattamenti. E la può vivere come "una grazia davanti a
Dio" (20b) solo per un motivo molto forte che qui fa da perno attorno a
cui è costruito il brano: "Anche Cristo patì per voi lasciandovi un
esempio: Egli non commise peccato eppure oltraggiato non rispondeva con oltraggi
[…] ma rimetteva la sua causa a Dio".
v. 19 È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo
ingiustamente.
Il termine "grazia" (charis) è molto importante qui e in tutta la
lettera di Pietro, ed è associato a "salvezza" (soteria)
"vita". Il fatto di soffrire ingiustamente non deprime il cristiano,
proprio perché, per grazia, egli entra in quel rapporto vitale d'amore che è
la conoscenza di Dio-Amore, la cui volontà è salvezza. È qui che la pazienza
cristiana si differenzia dall'impassibilità degli stoici. Il cristiano soffre
per amore. È la grazia di Dio a sostenerlo, non un presunto eroismo.
v. 20 Che gloria sarebbe sopportare il castigo se avete peccato, ma se
facendo il bene e soffrendo sopporterete con pazienza, ciò sarà una grazia
davanti a Dio.
Ciò che a Pietro preme chiarire è che la bellezza spirituale (=gloria) del
vivere con pazienza il dolore non deriva dal fatto di soffrire. Proprio quando
hai chiara coscienza che il dolore non ti viene da una tua colpa ma ti è
piombato addosso senza che tu l'abbia causato, esso diventa prezioso: veramente
"grazia davanti a Dio". Brilla in esso lo splendore di "un
sacerdozio santo e regale" che offre sacrifici per il mondo, come dice,
sempre in questa lettera, S.Pietro (cf 1 Pt 2,5-9).
v. 21 A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo soffrì
per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme
Ecco: il motivo della forte chiamata a soffrire con pazienza, senza vendette
e ribellioni, sta nel fatto che il Figlio di Dio, assolutamente innocente,
portò tutto il peccato del mondo proponendo uno stile di
"non-violenza" in cui riluce l'amore, da seguire e da vivere alla
stessa maniera.
v. 22 Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca.
Nel vangelo di Giovanni, Gesù sostenendo l'urto violento e subdolo dei suoi
provocatori, li interroga: "Chi di voi mi convincerà di peccato?" (Gv
8,46). Ha detto di se stesso di essere la "Verità" in persona (cf Gv
14,6). Gesù è davvero il fulgore dell'infinita innocenza di Dio. Proprio
questo esprime, in forza di assoluto contrasto, l'orrore dei suoi patimenti
ingiusti e dell'assurdità della sua condanna a morte di croce. Qui e nei
versetti che seguono, gli esegeti colgono il residuo di un antichissimo inno
cristiano inglobato da Pietro in questa sua lettera. È un inno che s'ispira al
canto del servo sofferente di Javeh descritto da Isaia (53,1-12). Sì, quel
"servo" da lui profetizzato è Gesù il Nazareno.
v. 23 Oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava
vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia
Viene così sottolineato l'atteggiamento spirituale del "servo"
innocente umile non violento e dunque pazientissimo nel subire percosse e
angherie. Il suo è atteggiamento esemplare anche da un altro punto di vista: il
suo rimettere non solo il suo caso giuridico a Dio ma il suo offrirsi, vittima
innocente, a quell'"ira di Dio" che è l'impossibilità da parte di
Dio, di accogliere il peccato, il male. Com'è impossibile al sole di unirsi ed
essere una cosa sola con le tenebre della notte.
v. 24a Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato vivessimo per la giustizia.
Qui S.Pietro, utilizzando ancora l'antico inno, c'immerge nell'aspetto
pienamente redentivo del mistero pasquale. Gesù fece talmente suo il peso dei
nostri peccati da diventare egli stesso "il maledetto" (Gal 3,13). E
fu questo il prezzo altissimo del nostro essere liberi di vivere per la
"giustizia" che qui ha il senso profondo e ampio della santità che è
vera se è amore: pazienza di amore.
v. 24b Dalle sue piaghe siete stati guariti
Questa espressione riprende alla lettera il testo di Isaia: "Si è
abbattuto su di lui il castigo che ci dà salvezza; per le sue piaghe noi siamo
stati guariti" (Is 53,5). È dunque possibile acquisire questa consolante
certezza: ciò che Isaia ha contemplato nella sua prefigurazione profetica è
verità verificabile da noi quando, con profonda fede, contempliamo il
crocifisso. Così nel testo di Pietro cogliamo con evidenza che Gesù "ha
preso su di sé i peccati non come la vittima espiatoria e sostitutiva ma come
il SERVO solidale e fedele. Grazie alla sua immersione nella sua umanità
storica (=corpo) vissuta nella forma estrema della morte infamante della croce,
egli ha strappato i fedeli dalla situazione di peccato e ha reso possibile
l'attuazione della volontà di Dio: la giustizia" (R.Fabris)
v. 25 Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e
custode delle vostre anime.
Sia l'immagine delle pecore erranti e quindi nella china della perdizione,
sia l'immagine del ritorno e del pastore sono eminentemente bibliche e cariche
di connotazioni messianico-salvifiche. Il pastore nell'Antico Testamento è Dio
(cf Sl 22(23); Ger 23,1-4; Ez 34,23-25; Zc 11,4-7; 13,7-9). Nel Nuovo Testamento
Gesù riferisce a sé la figura del pastore in ordine alla sua missione che è
appassionata ricerca dell'uomo perché abbia, da Lui, salvezza.
Dentro una società violenta come la nostra è tanto facile che s'inneschino
processi d'intolleranza, di rifiuto acceso di odio o rancore, brandendo come
spada le pseudo ragioni e pseudo verità in difesa dei propri diritti: veri o
presunti. La pazienza, frutto dello Spirito, può essere anch'essa o rifiutata o
disattesa: come un abito vecchio per gente abulica o rassegnata o vile e
comunque senza nerbo. Niente di più falso! Certo non è la rassegnazione al
dolore a segnare vittoria e crescita nel cammino umano-spirituale. Il dolore, in
sé, non è redentivo; in sé non è bene. Neanche - attenzione! - mediante un
riferimento estrinseco alla croce di Cristo. Anzi, può degenerare in
vittimismo, nel meccanismo masochistico - autopunitivo, o in "malato"
compiacimento del proprio ego, sempre incompreso da tutti, sempre ingiustamente
sotto - processo.
Solo il percepirsi uniti a Cristo Crocifisso-Risorto trasforma il pazientare
dentro una situazione di dolore e forse anche di ingiustizia in una scelta di
amore liberante, che abbraccia anche colui che ci è causa di dolore. È questo
il segreto della pazienza. E proprio dalla pazienza, frutto dello Spirito, si
misura l'amore: quello vero! Così l'amore diventa redentivo perché nasce
dall'inenarrabile forza della croce di Cristo, operante anche in me se credo e
soffro amando, con Lui e come Lui.
"Giustizia e pace si baceranno" canta il salmista. Sì, se la mia
giustizia è l'esercizio costante di una pazienza che è vigore dello Spirito in
me, anche la sofferenza diventa positività. È infatti nell'abbarbicarmi alla
croce di Cristo che trovo vigore. Come il muschio e il lichene abbarbicati
all'albero, senza del quale muoiono.
Qui, soltanto qui è la pace: per me e per quanti mi circondano.
- Sono facile a irritarmi, a reagire con intolleranza a quanto mi fa soffrire? Mi lascio andare ai miei moti d'impazienza? Quali sono, in genere, le cause scatenanti?
- Ho capito che la pazienza esprime il vigore della persona, il suo diventare capace di amore, quando si lascia possedere dallo Spirito Santo Amore? Perciò prego con insistenza per ottenere ciò?
- Sono forse una persona sempre in balia della paura di soffrire? Oppure vado comprendendo che se guardo Gesù crocifisso se gli chiedo aiuto per soffrire insieme con lui dentro il mio "pazientare" la sofferenza stessa si trasforma da veleno in rimedio?
È importante che contempli l'immagine di Gesù crocifisso o, almeno, io la
venga evocando nell'intimo del cuore. Lascio anche emergere la mia storia in
quello che ha di sofferenza, di tribolazione, di prova.
No, non mi ripiego sul dolore con narcisistica compiacenza né con insensata
ribellione. Prego invece così: Sono qui, Gesù, con tutta semplicità a esporre
le mie "ferite" psico spirituali a te. Io credo che tu puoi
trasfigurarle. Ripeto poi più e più volte la Parola biblica: "Dalle tue
piaghe io sarò guarito". Chiedo anche allo Spirito Santo che maturi in me
la pazienza verso eventuali persone che mi fanno soffrire. Sì, chiedo di
ottenere da Lui l'atteggiamento dell'amore vero di cui S.Paolo dice:
"l'amore tutto sopporta" (1 Cor 13,7).