Gn 18,22-33

 

Enzo Bianchi scrive: "L'intercessione non è una funzione, un dovere, qualcosa da fare, ma l'essenza stessa della vita divorata dall'amore di Dio e degli uomini" (Le parole della spiritualità. Rizzoli, 1999, p. 120). E' quello che appare esemplarmente da queste pagine della Genesi, dove Abramo, "nostro padre nella fede", si rivela grande intercessore per il suo popolo, in un'ora drammatica della storia, proprio perché arde di amore per Dio e per i suoi fratelli.

 

Quanto qui è narrato si colloca dopo la visita dei tre personaggi misteriosi alle Querce di Mamre dove hanno preannunciato che, entro un anno, sarebbe nato un figlio dal grembo sterile di Sara. Segue poi il monologo di Dio circa la triste constatazione del degrado morale di Sodoma e questa appassionata preghiera di Abramo che stiamo per approfondire. Subito dopo, l'autore narra la pervicacia della depravazione e il castigo che si abbattè su tutti gli empi di Sodoma e città vicine.

E' tutta giocata su domanda e risposta. Quel che si narra è ritmato sull'accorgimento, da parte di Abramo, di scalare progressivamente il numero di quei possibili "giusti", in vista dei quali, il Signore potrebbe perdonare al popolo.
Questa modalità di domanda e risposta, nel crescendo dell'appassionata proposta quantificata di Abramo, comunica la forza di una preghiera d'intercessione in cui la fede diventa piena fiducia nella misericordia di Dio e la piena fiducia diventa audacia.

v. 22 "Abramo stava ancora davanti al Signore".
Ecco, pregare è anzitutto questo stare alla presenza di Dio e starci con fiducia, entrando nell'intimità che Egli ci offre

v. 23 "Abramo gli si avvicinò e gli disse: Davvero sterminerai il giusto con l'empio?"
La prima domanda di Abramo è di carattere giudiziale: è stata fatta presente al giudice l'accusa contro una collettività colpevole, però con alcune eccezioni di uomini giusti. Può il giudice pronunciare una sentenza di condanna che colpirà anche questi giusti? E se è questo il modo degli uomini, può Dio comportarsi alla stessa maniera?

v. 24 "Forse ci sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai per riguardo ai cinquanta giusti?"
Interessante il commento di Procopio, un antico padre: "Abramo pensava: Non basta forse un po' di sale a conservare grande quantità di carne? Se c'è dunque forza nel sale per la carne, non ci sarà forza nei giusti per salvare gli ingiusti? (citato da U. Neri in "Genesi". I libri della Bibbia interpretati dalla grande tradizione. Gribaudi, 1986, p. 261).

v. 25 Lungi da te il far morire il giusto con l'empio (…). Forse il Giudice della terra non praticherà la giustizia?
Abramo usa le "armi bianche" dell'intercessione.
"Intercedere" etimologicamente vuol dire "fare un passo tra", muoversi tra due realtà, cercando di evidenziare elementi che, dentro una situazione negativa, possono cambiarla in meglio.
Dio è un Tu a cui Abramo si rivolge con familiarità appassionata, proprio perché si fida di Lui. C'è in quel che chiede, sia l'espressione di una carità che vuole la salvezza, il bene anche del nemico, e ancora prima c'è il desiderio della gloria di Dio perché, praticando una giustizia che entri nei parametri della misericordia, certamente Dio "dice" la sua identità e glorifica se stesso.

v. 26 "Il Signore rispose: se a Sodoma troverò cinquanta giusti nella città, per riguardo a loro, perdonerò a tutta la città".
Ecco la prerogativa del Dio Vivente, il Dio biblico: non è un idolo muto, magari confinato su nel cielo. E' un Dio che risponde. Accetta il Tu, il dialogare dell'uomo, le sue proposte che tendono a far pendere la bilancia dalla parte della misericordia. La preghiera non può fare a meno di queste premesse.

vv.27-28"Abramo riprese e disse: Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere. Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque distruggerai tutta la città? Non la distruggerò se…".
Più Abramo si avvicina a Dio più avverte il suo niente (polvere e cenere). Il suo intercedere presso Dio è dunque anche all'insegna di un cuore umile, consapevole dell'infinita differenza tra Creatore e creatura, che non impedisce però alla creatura l'audacia che sgorga da un'umile fiducia.

vv. 29-31 "Abramo riprese ancora a parlargli (…). Rispose: Non la distruggerò…
Cresce il coraggio di Abramo che, sempre più audacemente fa' leva su quell'immensa misericordia che è il cuore stesso di Dio. Ed è talmente grande, di fatto, il prevalere della volontà di salvezza su quella di punire da parte di Dio che Abramo ottiene la sorprendente risposta: sì, anche un esiguo numero di giusti, agli occhi di Dio conta più di una maggioranza di colpevoli ed è in grado di fermare la sentenza di condanna.

vv. 32-33 "Riprese: Non si adiri il mio Signore se parlo ancora una volta sola… Abramo se ne tornò alla sua abitazione".
Per Abramo e per chi narra è raggiunta ormai una posizione finale estrema, oltre la quale non è pensabile l'interrogare ancora. D'altro canto il profeta Ezechiele coglie in Dio quest'affermazione: "Andavo cercando in mezzo a loro un uomo che camminasse rettamente e stesse di fronte a me integro nel suo cuore per non distruggerlo del tutto e non lo trovai" (Ez 22,30). Quell'uno che non solo fu giusto, ma operò per molti salvezza e redenzione, sarà il servo sofferente profetizzato da Isaia (53,5.10): l'uomo Dio, l'uomo della Croce, Gesù.

Circa l'invito a pregare, lanciato anche a livelli alti: dal Papa, dai nostri Vescovi e
Pastori, a volte c'è chi obietta: "Nelle calamità che colpiscono la gente bisogna rimboccarsi le maniche e aiutare concretamente. Ci vuole ben altro che mettersi in ginocchio a pregare!".
Invece no! Prioritaria è l'importanza della preghiera che esprime il nostro essere persuasi che Dio non è confinato sulle nuvole. Non ci rivolgiamo ad un idolo muto ma a un Dio che è Padre ed è potente nel rispondere secondo la sua misericordia. Anche se l'attua, "i suoi pensieri" spesso tanto distano dai nostri (cf Is 55,8) la fede ci fa certi: sono verità, bontà e salvezza.
Un'altra obiezione: Dio sa già tutto. Che significa intercedere circa situazioni a Lui note? Risposta: "intercedere" è diverso che "far sapere" (Dio infatti sa di che cosa abbiamo bisogno" (cf Mt 6,32). Ma proprio la preghiera d'intercessione c'impegna ad aprirci a Dio e agli altri facendoci crescere nella consapevolezza che siamo uomini e donne perché siamo in relazione. E la nostra relazione è con Dio e con gli uomini. Di qui il nostro pregare "inter-cedendo" cioè muovendo un passo tra Qualcuno che può e chi è nel bisogno, a favore di quest'ultimo, proprio come fece Abramo. Davvero la preghiera d'intercessione, quando non è uno "sbrodolar parole" nel disimpegno della vita, ci fa prendere in mano noi stessi per unificarci attorno a un'amorosa fiducia in Dio che polarizza le nostre responsabilità verso gli uomini: verso la giustizia, la solidarietà, il trionfo del bene dentro la storia, mai fuori di essa.
Lo sappiamo: il grande intercessore presso il Padre è Gesù (cf Eb 5,7-9. 7,25 e Rm 8,34).
Ma noi, radicati in Lui come il tralcio nella vite, noi fortificati da Lui, siamo da Lui stesso invitati a "chiedere, cercare, bussare" con insistenza e con perseveranza, come fece Abramo. Gesù ci ha detto che se noi, pur essendo cattivi diamo cose buone ai nostri figli, quanto più il Padre celeste darà "la cosa buona" per eccellenza: lo Spirito Santo! (cf Lc 11,5-13).
Il dono dello Spirito Santo è di estrema necessità. E' Lui che illumina e agisce nei cuori perché si riesca a capire che quanto Dio vuole da noi è il meglio per noi: questo è ciò che sicuramente otterremo nella nostra preghiera d'intercessione, perché è stato Gesù a prometterlo!
Allora se preghiamo con questo cuore di fiducia, di umile perseveranza, con questo cuore che Dio stesso colma di carità verso tutti, anche verso i nemici, possiamo essere certi di non perder tempo ma di fare qualcosa di assolutamente importante: per noi e per la società in cui viviamo. Questo tipo di preghiera si fa voce di tutte le urgenze della nostra storia: da quelli dei giusti oppressi e angariati da guerre, a quelle dei poveri, delle vittime di questo nostro mondo all'insegna della violenza, della sofferenza, del sopruso. Rimboccarsi le maniche e darsi da fare è importante. Ma senza preghiera o con una preghiera debole, vale ben poco. Vissuta nella fedeltà a Dio e nella solidarietà con gli uomini la preghiera d'intercessione ci configura a Gesù e diventa soprattutto un "vivere davanti a Dio, nella posizione del Crocifisso, a braccia stese, abbracciando il mondo intero".

- Passo del tempo a realizzare nel mio cuore che il Dio che la Bibbia mi rivela è un Dio che ASCOLTA. E io sono così radicato/a nella fiducia da sottoporgli in preghiera le mie e altrui necessità?
- La mia preghiera d'intercessione, oltre che rivolgersi a un Dio di cui ho piena fiducia, è aperta alle necessità del mondo? Oppure è una richiesta che riguarda solo miei bisogni e, al più, quelli della ristretta cerchia dei miei familiari e amici?
- Sono di quelli che non hanno mai tempo per pregare perché, in fondo, ritengono la preghiera meno utile di un aiuto materiale?
Oppure sono uno che prega sì, ma con una preghiera "scollata dalla vita", per cui nei miei rapporti col prossimo sono menefreghista, egoista?

Mediante gli esercizi di consapevolezza del respiro, mi rendo consapevole che Dio è una Presenza d'Amore. E' qui: nel mio cuore. Mi sta amando. E mi ascolta. Consegno dunque a Lui, con piena fiducia, sia quello che riguarda me e i miei cari, sia situazioni che, nel mondo, hanno tanto bisogno di essere illuminate e sanate da Dio. Non ritengo inutile parlarne a Dio, mentre Lui dilata il mio cuore alle dimensioni della sua carità.