Nella Bibbia incontriamo sovente la preghiera di ringraziamento.
Le lettere di S. Paolo, per esempio, sono segnate fortemente da espressioni di
gratitudine a Dio. Anzi, proprio in apertura quasi tutte esprimono il grazie a
Dio per ciò che Egli ha operato e sta operando nei destinatari.
Mi pare però più producente, da un punto di vista di approfondimento della
fede (che è motivazione del nostro pregare) cogliere la breve ma intensa
preghiera di ringraziamento che Gesù stesso rende al Padre all'interno di una
delle pagine più commoventi del Vangelo giovanneo: la risurrezione di Lazzaro.
Tale preghiera è pronunciata, notiamo, prima che venga l'esaudimento!
Fin dall'inizio dell'episodio la narrazione è dinamica e coinvolgente.
Veniamo a sapere che un amico di Gesù è gravemente ammalato e le sorelle di
lui, pure sue amiche, lo informano della grave situazione. Stranamente Gesù non
reagisce, suscitando perplessità nei familiari e non solo in loro.
Solo dopo due giorni, dopo aver parlato velatamente della morte di Lazzaro
("Il nostro amico Lazzaro si è addormentato ma io vado a svegliarlo")
dice poi in modo diretto: "Lazzaro è morto e io sono contento per voi di
non essere stato là, perché voi crediate". Decide dunque di andarci anche
se Betania è in zona "minata", nel senso che sono numerosi in Giudea
i suoi nemici. Bellissima la testimonianza di Tommaso che dice: "Andiamo
anche noi a morire con Lui".
vv. 17-22 "Gesù andò a Betania e trovò Lazzaro che già da quattro
giorni era nel sepolcro (…). Marta disse a Gesù: "Signore, se tu fossi
stato qui, mio fratello non sarebbe morto, ma so che anche ora, qualunque cosa
chiederai a Dio, Dio te la concederà".
Betania distava solo 3 Km da Gerusalemme e perciò molti conoscenti andarono,
come d'uso dai parenti del morto. Tali visite erano raccomandate dalla Scrittura
(Cf 2 Sam 10,2) e duravano 7 giorni (Cf Sir 10,2).
Al quarto giorno, quando Gesù arriva, Marta se ne va sollecita ad incontrarlo,
Maria resta a intrattenere i visitatori.
Quello che Marta dice a Gesù, dal profondo del suo dolore, è intriso di grande
fiducia nei confronti del Maestro, però la sua fede è ancora legata in qualche
misura alla presenza fisica del Signore: "Se tu fossi stato qui, mio
fratello non sarebbe morto".
vv. 23-24 "Le dice Gesù: "Tuo fratello risusciterà". E Marta: "So bene che risusciterà nella resurrezione dell'ultimo giorno"". Gesù vuole introdurre il cuore di Marta in orizzonti di fede solare, pienamente segnata dalla certezza della resurrezione. Per capire bene la qualità del salto di fede che le fa fare, bisogna ricordare che Marta, secondo la fede degli Ebrei del suo tempo (tranne i Sadducei), crede alla risurrezione dei morti, però in un futuro lontano, alla fine dei tempi. Tra questa fede ancora acerba e quella in cui l'inoltra Gesù c'è un gran divario! Ora, subito, Marta è chiamata a fidarsi totalmente di Gesù, a riconoscerlo come il Dio Vivente, Colui che può ridare vita anche a uno in cui già è iniziata la corruzione della morte.
vv. 25-26 Le disse Gesù: "Io sono la risurrezione e la vita. Chi
crede in me, anche se fosse morto, vivrà, e chiunque vive e crede in me, non
morirà mai. Credi tu questo?"
Gesù qui esplicita tutta la sua divina identità. E' lui la fonte della vita e
dunque della risurrezione dai morti. E' Lui la ragione fontale e il perno di
ogni vita umana. Sta avvertendo che, nel segno della resurrezione di Lazzaro,
non solo rivelerà il senso della sua signoria sulla vita e sulla morte ma anche
il suo poter rendere credibile la sua signoria sulla vita e la sua risurrezione.
La sfida però è sempre quella della fede. "Credi tu questo?"
v. 27 "Gli dice: Sì, Signore, credo fermamente che Tu sei il Messia,
il Figlio di Dio, colui che deve venire nel mondo".
Ecco, è avvenuto l'abbandonarsi di Marta in quell'abisso di fede matura in cui
Gesù l'ha invitata ad entrare . Cogliamo qui la forza e la qualità di questa
proclamazione del "credo" di Marta ormai adulta nella fede; un credo
che deve essere quello stesso di ogni vero discepolo, anche oggi. Adesso Marta
non guarda più a Gesù solo come al "taumaturgo", ma come al Messia
promesso dai profeti, al vero Figlio di Dio, a Colui che in tutto il Primo
Testamento è tratteggiato come il grande atteso, dunque come il vincitore della
morte.
La grande scommessa per il cristiano è qui: "Chiunque vive e crede in me,
non morirà mai" (Cf 5,24-29; 6,54).
La fede adulta di Marta diventa modello della nostra fede.
vv- 28-32 "E detto questo Marta andò a chiamare Maria, sua sorella,
dicendole in segreto: Il Maestro è qui e ti chiama. Appena sentì, si alzò
immediatamente e corse verso di lui. (…) Maria, giunta dove stava Gesù,
vedendolo, si gettò ai suoi piedi e disse: "Signore, se tu fossi stato
qui, mio fratello non sarebbe morto".
Gesù chiama Maria. Vuole infondere anche nel suo cuore quella luminosissima
fede a cui ha portato Marta. E' importante percepire che Gesù è il Dio che
chiama. Dentro il mio vivere e faticare e soffrire, importa percepire che è qui
e mi chiama.
La prontezza dell'andare di Maria e quel suo gettarsi subito ai piedi di Gesù e
quel parlargli con tutta franchezza, dice un atteggiamento di fondo di questa
donna che già in altre parti del Vangelo è ritratta come la creatura
dell'ascolto adorante.
vv. 33-35 "Gesù, vedendola piangere e insieme a lei piangere i
Giudei che l'accompagnavano, si commosse profondamente. (…) Gesù cominciò a
piangere".
Il verbo del testo originale "enebrimèsato" sembra significhi il
tentativo da parte di Gesù, di dominare il forte sentimento del cuore. Ma
l'altro verbo "etaraxen" indica un forte sconvolgimento interiore che
è traboccato nelle lacrime. Qui l'umanità di Gesù tocca il diapason.
Si pensi che gli antichi non ritenevano "virile" (cioè degno del
coraggio e della dignità dell'uomo) il mostrare in pubblico la propria
commozione e il pianto; ciò era plausibile solo nelle donne.
Questa intensità di sentire che certi esegeti vorrebbero interpretare come
molto controllata da parte di Gesù, è invece proprio quello che più ce lo fa
percepire vicino a noi, talmente uomo da provare, insieme a noi, tutto quello
che di vivo di profondo di sofferto di appassionato (ma nella limpidezza!) c'è
nel nostro umano sentire.
vv. 36-37 "I giudei commentarono: Guardate come gli voleva bene!
Alcuni di loro invece dissero: "Costui che aveva aperto gli occhi al cieco
non poteva fare in modo che questi non morisse?"
Importante anche questo scenario dei numerosi Giudei. Sono lì, testimoni.
E, a proposito della Persona di Cristo, ancora una volta divisi. C'è chi è
afferrato dalla ricchezza umano-divina della sua persona. C'è che, invece,
resta dentro lo sguardo miope della propria mancanza di fede. Tra poco, alla
risurrezione di Lazzaro, molti crederanno in Lui. Altri no! Anzi, andranno
malignamente a riferire ai farisei ciò che Gesù ha fatto.
vv. 38-39 Gesù, allora, fremendo di nuovo in se stesso, si diresse al
sepolcro (…). Ordinò: Togliete la pietra. Gli dice Maria: "Signore, già
puzza; è di quattro giorni. Le rispose Gesù: Non ti ho detto che, se credi,
vedrai la gloria di Dio?"
Di nuovo la sottolineatura della forte commozione di Gesù e del suo deciso
opporsi alla morte di Lazzaro. Ma, tra le righe, forse l'evangelista non allude
già alla vittoria di Cristo sulla sua stessa morte? "Dov'è, o morte la
tua vittoria?" dirà S. Paolo. Nella risurrezione di Lazzaro, preludio
della sua resurrezione, Gesù ci consegna l'argomento principe del nostro poter
credere, sperare, amare…Incoraggia fino in fondo la fede di Maria e di sua
sorella Marta: "Se credi, vedrai la gloria di Dio". E incoraggia la
nostra perché sa che solo in essa è salvezza.
vv. 41-42 "Tolsero la pietra. Gesù, alzati gli occhi, disse: Padre,
ti ringrazio per avermi ascoltato. Io sapevo che tu mi ascolti sempre, ma ho
parlato così per la folla che mi sta attorno, affinché credano che tu mi hai
mandato".
In un certo senso tutto precipita nel gorgo di luce di questa preghiera, tipica
preghiera del grazie all'Abbà del Cielo.
Dentro la piena consapevolezza di quello che sta per compiere: dare scacco alla
morte e porre i preliminari della sua resurrezione. Gesù è unitissimo al
Padre, causa fontale di tutto il bene che Egli compie, anche della vittoria
sulla morte.
L'assoluta fiducia di Gesù nel Padre, la sua intimità profonda con Lui in
questo momento, a sepolcro aperto da cui viene il fetore del morto già da
quattro giorni, è la radice di una preghiera di ringraziamento che viene
espressa ancor prima del realizzarsi di un evento assolutamente improbabile per
la forza della natura.
vv. 43-44 "Detto questo gridò a gran voce: Lazzaro vieni fuori.
Colui che era morto, uscì subito legato mani e piedi con bende e il volto
coperto da un sudario. Disse loro Gesù: Scioglietelo e lasciatelo andare".
Dopo la preghiera di ringraziamento, ecco il comando "a gran voce"
(con grande potenza). Esso desta nuovamente Lazzaro al mistero della vita. E' un
po' come il comando delle origini. "Sia la luce. E la luce fu". E' una
nuova creazione!
Ai Padri, specie a Origene e Agostino, piace poi interpretare che l'invito a
scioglierlo dalle bende significa l'aiuto che la Chiesa dà al peccatore che
ritorna a vita, perché si sciolga totalmente per vivere nella libertà del
Figlio di Dio, la libertà che è dono dello Spirito per cui è libero di
compiere ciò che piace a Dio, cioè il bene.
Resta però fondamentalmente illuminante il fatto che la resurrezione di Lazzaro
è preludio a quella di Cristo: il fatto decisivo per la nostra vita nella luce.
Proprio perché la nostra fede cristiana si radica nella resurrezione
come fatto unico e pienamente rivelatore della potenza di Dio Amore, la
preghiera di ringraziamento ha senso. Infatti "solo chi rende
grazie fa l'esperienza della salvezza, cioè dell'azione di Dio nella propria
esistenza" (Enzo Bianchi).
Credo proprio che non si possa pensare a una vera vita spirituale (che si
sciolga e si liberi da paure e impacci di rapporti sbagliati con Dio) se non
nell'atteggiamento della preghiera di ringraziamento, più importante e più
bella di quella, pure umanissima e necessaria, dell'intercessione.
Gesù stesso si meraviglia che, tra i dieci lebbrosi guariti, uno solo (un
samaritano per giunta!) lasci emergere in sé la dimensione del "rendere
grazie a Dio".
E la Chiesa nel suo esserci maestra di preghiera, c'insegna. Nella formulazione
dei suoi prefazi del Rituale Romano troviamo: "E' veramente cosa buona e
giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, renderti grazie sempre e dovunque,
Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, per Gesù Cristo, Signore
nostro". Ecco, dal dono salvifico per eccellenza di Dio all'uomo che è
Gesù, la sua incarnazione e il suo mistero pasquale (la sua morte e la sua
resurrezione come vittoria definitiva sulla morte) scaturisce l'irrinunciabile
atteggiamento del cristiano: una preghiera: di ringraziamento.
E' infatti proprio la preghiera di ringraziamento che sostanzialmente cambia la
vita. Da narcisistica la apre alla gratuità del dono, "Che cosa mai
possiedi che tu non abbia ricevuto?" (1Cor 4,7). E se tutto è dono, come
non vivere tutto nello slancio del grazie, che poi si fa dono al Padre e ai
fratelli?
"Ti ringrazio, Padre! So che tu mi ascolti sempre!". Questa certezza
può far bella e serena e eucaristica la mia vita. Perché "eucaristica
vuol dire proprio questo: azione di grazie da parte di Gesù che a Lui si offre,
rinnovando il suo mistero pasquale e rinnovando la mia vita in Lui, se con Lui
mi consegno al Padre.
![]()
- Ho coscienza che l'azione di grazie a Dio è un elemento fondante della mia vita cristiana? Come la vivo?
- Quando non so che cosa dire in preghiera e mi sento arido/a, uso l'accorgimento di ripetere a lungo: "Grazie a Te, Signore! Grazie a Te"? So ringraziare per ogni dono: da quello dell'esistenza a tutto quello che sto vivendo?
- So fare mia la preghiera di Gesù così importante per lasciar generare e sviluppare sempre più in me la fiducia: Ti ringrazio o Padre! So che Tu mi ascolti sempre?
- So prendere slancio dalla preghiera di ringraziamento a Dio per decentrarmi dal mio ego e gioire di tutti i doni di cui Dio mi ricolma: dal sole agli alberi, ai miei familiari, agli amici, al lavoro, al riposo, alle buone opere che mi dà da compiere? So ritmare nel grazie a Dio, la mia apertura agli altri?
In un angolo tranquillo e silenzioso mi raccolgo al centro del cuore per
vedere tutti i doni di cui il Padre celeste mi ha colmato.
Passo il tempo a ringraziare con una antica preghiera della Chiesa: "Ti
rendo grazie, o Padre, Dio onnipotente, per tutti i tuoi doni e benefici. Ti
rendo grazie per Gesù Signore nostro".
Sento poi il rendimento di grazie come spazio a un futuro di speranza e ripeto
la preghiera di Gesù colma di fiducia: "Ti ringrazio o Padre per ciò che
avverrà. Io lo so che tu mi ascolti sempre".