Gv 11,17-44

Nella Bibbia incontriamo sovente la preghiera di ringraziamento.
Le lettere di S. Paolo, per esempio, sono segnate fortemente da espressioni di gratitudine a Dio. Anzi, proprio in apertura quasi tutte esprimono il grazie a Dio per ciò che Egli ha operato e sta operando nei destinatari.
Mi pare però più producente, da un punto di vista di approfondimento della fede (che è motivazione del nostro pregare) cogliere la breve ma intensa preghiera di ringraziamento che Gesù stesso rende al Padre all'interno di una delle pagine più commoventi del Vangelo giovanneo: la risurrezione di Lazzaro. Tale preghiera è pronunciata, notiamo, prima che venga l'esaudimento!

Fin dall'inizio dell'episodio la narrazione è dinamica e coinvolgente. Veniamo a sapere che un amico di Gesù è gravemente ammalato e le sorelle di lui, pure sue amiche, lo informano della grave situazione. Stranamente Gesù non reagisce, suscitando perplessità nei familiari e non solo in loro.
Solo dopo due giorni, dopo aver parlato velatamente della morte di Lazzaro ("Il nostro amico Lazzaro si è addormentato ma io vado a svegliarlo") dice poi in modo diretto: "Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate". Decide dunque di andarci anche se Betania è in zona "minata", nel senso che sono numerosi in Giudea i suoi nemici. Bellissima la testimonianza di Tommaso che dice: "Andiamo anche noi a morire con Lui".

vv. 17-22 "Gesù andò a Betania e trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro (…). Marta disse a Gesù: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto, ma so che anche ora, qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà".
Betania distava solo 3 Km da Gerusalemme e perciò molti conoscenti andarono, come d'uso dai parenti del morto. Tali visite erano raccomandate dalla Scrittura (Cf 2 Sam 10,2) e duravano 7 giorni (Cf Sir 10,2).
Al quarto giorno, quando Gesù arriva, Marta se ne va sollecita ad incontrarlo, Maria resta a intrattenere i visitatori.
Quello che Marta dice a Gesù, dal profondo del suo dolore, è intriso di grande fiducia nei confronti del Maestro, però la sua fede è ancora legata in qualche misura alla presenza fisica del Signore: "Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto".

vv. 23-24 "Le dice Gesù: "Tuo fratello risusciterà". E Marta: "So bene che risusciterà nella resurrezione dell'ultimo giorno"". Gesù vuole introdurre il cuore di Marta in orizzonti di fede solare, pienamente segnata dalla certezza della resurrezione. Per capire bene la qualità del salto di fede che le fa fare, bisogna ricordare che Marta, secondo la fede degli Ebrei del suo tempo (tranne i Sadducei), crede alla risurrezione dei morti, però in un futuro lontano, alla fine dei tempi. Tra questa fede ancora acerba e quella in cui l'inoltra Gesù c'è un gran divario! Ora, subito, Marta è chiamata a fidarsi totalmente di Gesù, a riconoscerlo come il Dio Vivente, Colui che può ridare vita anche a uno in cui già è iniziata la corruzione della morte.

vv. 25-26 Le disse Gesù: "Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà, e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?"
Gesù qui esplicita tutta la sua divina identità. E' lui la fonte della vita e dunque della risurrezione dai morti. E' Lui la ragione fontale e il perno di ogni vita umana. Sta avvertendo che, nel segno della resurrezione di Lazzaro, non solo rivelerà il senso della sua signoria sulla vita e sulla morte ma anche il suo poter rendere credibile la sua signoria sulla vita e la sua risurrezione. La sfida però è sempre quella della fede. "Credi tu questo?"

v. 27 "Gli dice: Sì, Signore, credo fermamente che Tu sei il Messia, il Figlio di Dio, colui che deve venire nel mondo".
Ecco, è avvenuto l'abbandonarsi di Marta in quell'abisso di fede matura in cui Gesù l'ha invitata ad entrare . Cogliamo qui la forza e la qualità di questa proclamazione del "credo" di Marta ormai adulta nella fede; un credo che deve essere quello stesso di ogni vero discepolo, anche oggi. Adesso Marta non guarda più a Gesù solo come al "taumaturgo", ma come al Messia promesso dai profeti, al vero Figlio di Dio, a Colui che in tutto il Primo Testamento è tratteggiato come il grande atteso, dunque come il vincitore della morte.
La grande scommessa per il cristiano è qui: "Chiunque vive e crede in me, non morirà mai" (Cf 5,24-29; 6,54).
La fede adulta di Marta diventa modello della nostra fede.

vv- 28-32 "E detto questo Marta andò a chiamare Maria, sua sorella, dicendole in segreto: Il Maestro è qui e ti chiama. Appena sentì, si alzò immediatamente e corse verso di lui. (…) Maria, giunta dove stava Gesù, vedendolo, si gettò ai suoi piedi e disse: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto".
Gesù chiama Maria. Vuole infondere anche nel suo cuore quella luminosissima fede a cui ha portato Marta. E' importante percepire che Gesù è il Dio che chiama. Dentro il mio vivere e faticare e soffrire, importa percepire che è qui e mi chiama.
La prontezza dell'andare di Maria e quel suo gettarsi subito ai piedi di Gesù e quel parlargli con tutta franchezza, dice un atteggiamento di fondo di questa donna che già in altre parti del Vangelo è ritratta come la creatura dell'ascolto adorante.

vv. 33-35 "Gesù, vedendola piangere e insieme a lei piangere i Giudei che l'accompagnavano, si commosse profondamente. (…) Gesù cominciò a piangere".
Il verbo del testo originale "enebrimèsato" sembra significhi il tentativo da parte di Gesù, di dominare il forte sentimento del cuore. Ma l'altro verbo "etaraxen" indica un forte sconvolgimento interiore che è traboccato nelle lacrime. Qui l'umanità di Gesù tocca il diapason.
Si pensi che gli antichi non ritenevano "virile" (cioè degno del coraggio e della dignità dell'uomo) il mostrare in pubblico la propria commozione e il pianto; ciò era plausibile solo nelle donne.
Questa intensità di sentire che certi esegeti vorrebbero interpretare come molto controllata da parte di Gesù, è invece proprio quello che più ce lo fa percepire vicino a noi, talmente uomo da provare, insieme a noi, tutto quello che di vivo di profondo di sofferto di appassionato (ma nella limpidezza!) c'è nel nostro umano sentire.

vv. 36-37 "I giudei commentarono: Guardate come gli voleva bene! Alcuni di loro invece dissero: "Costui che aveva aperto gli occhi al cieco non poteva fare in modo che questi non morisse?"
Importante anche questo scenario dei numerosi Giudei. Sono lì, testimoni. E, a proposito della Persona di Cristo, ancora una volta divisi. C'è chi è afferrato dalla ricchezza umano-divina della sua persona. C'è che, invece, resta dentro lo sguardo miope della propria mancanza di fede. Tra poco, alla risurrezione di Lazzaro, molti crederanno in Lui. Altri no! Anzi, andranno malignamente a riferire ai farisei ciò che Gesù ha fatto.

vv. 38-39 Gesù, allora, fremendo di nuovo in se stesso, si diresse al sepolcro (…). Ordinò: Togliete la pietra. Gli dice Maria: "Signore, già puzza; è di quattro giorni. Le rispose Gesù: Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?"
Di nuovo la sottolineatura della forte commozione di Gesù e del suo deciso opporsi alla morte di Lazzaro. Ma, tra le righe, forse l'evangelista non allude già alla vittoria di Cristo sulla sua stessa morte? "Dov'è, o morte la tua vittoria?" dirà S. Paolo. Nella risurrezione di Lazzaro, preludio della sua resurrezione, Gesù ci consegna l'argomento principe del nostro poter credere, sperare, amare…Incoraggia fino in fondo la fede di Maria e di sua sorella Marta: "Se credi, vedrai la gloria di Dio". E incoraggia la nostra perché sa che solo in essa è salvezza.

vv. 41-42 "Tolsero la pietra. Gesù, alzati gli occhi, disse: Padre, ti ringrazio per avermi ascoltato. Io sapevo che tu mi ascolti sempre, ma ho parlato così per la folla che mi sta attorno, affinché credano che tu mi hai mandato".
In un certo senso tutto precipita nel gorgo di luce di questa preghiera, tipica preghiera del grazie all'Abbà del Cielo.
Dentro la piena consapevolezza di quello che sta per compiere: dare scacco alla morte e porre i preliminari della sua resurrezione. Gesù è unitissimo al Padre, causa fontale di tutto il bene che Egli compie, anche della vittoria sulla morte.
L'assoluta fiducia di Gesù nel Padre, la sua intimità profonda con Lui in questo momento, a sepolcro aperto da cui viene il fetore del morto già da quattro giorni, è la radice di una preghiera di ringraziamento che viene espressa ancor prima del realizzarsi di un evento assolutamente improbabile per la forza della natura.

vv. 43-44 "Detto questo gridò a gran voce: Lazzaro vieni fuori. Colui che era morto, uscì subito legato mani e piedi con bende e il volto coperto da un sudario. Disse loro Gesù: Scioglietelo e lasciatelo andare".
Dopo la preghiera di ringraziamento, ecco il comando "a gran voce" (con grande potenza). Esso desta nuovamente Lazzaro al mistero della vita. E' un po' come il comando delle origini. "Sia la luce. E la luce fu". E' una nuova creazione!
Ai Padri, specie a Origene e Agostino, piace poi interpretare che l'invito a scioglierlo dalle bende significa l'aiuto che la Chiesa dà al peccatore che ritorna a vita, perché si sciolga totalmente per vivere nella libertà del Figlio di Dio, la libertà che è dono dello Spirito per cui è libero di compiere ciò che piace a Dio, cioè il bene.
Resta però fondamentalmente illuminante il fatto che la resurrezione di Lazzaro è preludio a quella di Cristo: il fatto decisivo per la nostra vita nella luce.

Proprio perché la nostra fede cristiana si radica nella resurrezione come fatto unico e pienamente rivelatore della potenza di Dio Amore, la preghiera di ringraziamento ha senso. Infatti "solo chi rende grazie fa l'esperienza della salvezza, cioè dell'azione di Dio nella propria esistenza" (Enzo Bianchi).
Credo proprio che non si possa pensare a una vera vita spirituale (che si sciolga e si liberi da paure e impacci di rapporti sbagliati con Dio) se non nell'atteggiamento della preghiera di ringraziamento, più importante e più bella di quella, pure umanissima e necessaria, dell'intercessione.
Gesù stesso si meraviglia che, tra i dieci lebbrosi guariti, uno solo (un samaritano per giunta!) lasci emergere in sé la dimensione del "rendere grazie a Dio".
E la Chiesa nel suo esserci maestra di preghiera, c'insegna. Nella formulazione dei suoi prefazi del Rituale Romano troviamo: "E' veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, renderti grazie sempre e dovunque, Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, per Gesù Cristo, Signore nostro". Ecco, dal dono salvifico per eccellenza di Dio all'uomo che è Gesù, la sua incarnazione e il suo mistero pasquale (la sua morte e la sua resurrezione come vittoria definitiva sulla morte) scaturisce l'irrinunciabile atteggiamento del cristiano: una preghiera: di ringraziamento.
E' infatti proprio la preghiera di ringraziamento che sostanzialmente cambia la vita. Da narcisistica la apre alla gratuità del dono, "Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?" (1Cor 4,7). E se tutto è dono, come non vivere tutto nello slancio del grazie, che poi si fa dono al Padre e ai fratelli?
"Ti ringrazio, Padre! So che tu mi ascolti sempre!". Questa certezza può far bella e serena e eucaristica la mia vita. Perché "eucaristica vuol dire proprio questo: azione di grazie da parte di Gesù che a Lui si offre, rinnovando il suo mistero pasquale e rinnovando la mia vita in Lui, se con Lui mi consegno al Padre.

- Ho coscienza che l'azione di grazie a Dio è un elemento fondante della mia vita cristiana? Come la vivo?

- Quando non so che cosa dire in preghiera e mi sento arido/a, uso l'accorgimento di ripetere a lungo: "Grazie a Te, Signore! Grazie a Te"? So ringraziare per ogni dono: da quello dell'esistenza a tutto quello che sto vivendo?

- So fare mia la preghiera di Gesù così importante per lasciar generare e sviluppare sempre più in me la fiducia: Ti ringrazio o Padre! So che Tu mi ascolti sempre?

- So prendere slancio dalla preghiera di ringraziamento a Dio per decentrarmi dal mio ego e gioire di tutti i doni di cui Dio mi ricolma: dal sole agli alberi, ai miei familiari, agli amici, al lavoro, al riposo, alle buone opere che mi dà da compiere? So ritmare nel grazie a Dio, la mia apertura agli altri?

In un angolo tranquillo e silenzioso mi raccolgo al centro del cuore per vedere tutti i doni di cui il Padre celeste mi ha colmato.
Passo il tempo a ringraziare con una antica preghiera della Chiesa: "Ti rendo grazie, o Padre, Dio onnipotente, per tutti i tuoi doni e benefici. Ti rendo grazie per Gesù Signore nostro".
Sento poi il rendimento di grazie come spazio a un futuro di speranza e ripeto la preghiera di Gesù colma di fiducia: "Ti ringrazio o Padre per ciò che avverrà. Io lo so che tu mi ascolti sempre".