La vite è un albero che dovremmo guardare con occhi illuminati. È infatti
misterioso, sorprendente.Come pochi altri dipende sia dal ritmo delle stagioni,
sia dall'impegno di un lavoro ingegnoso e attento. E non ha valore che per il
suo frutto: il suo legno non conta nulla (Ez.15,2-5); i suoi tralci sterili non
servono che per il fuoco (Gv. 15,6). Però il suo frutto rallegra "dei e
uomini" (Giud. 9,13). Nel suo senso simbolico "la vite è rivelatrice
di un mistero: se apporta la gioia nel cuore dell'uomo (Sl. 104,15), è un
albero il cui frutto è la gioia di Dio" (M. F. LACAN in "Dizionario
di teologia biblica", Marietti 1971, p.1392).
Così c'inoltriamo a capire perché Gesù stesso s'identifica all'immagine
densissima (anche per rievocazioni veterotestamentarie) della vite.
Al termine del precedente capitolo dove Giovanni registra il primo discorso d'addio, c'imbattiamo in una frase conclusiva: "Alzatevi, andiamo via di qui" (14,31). A tutta prima quanto viene detto ora sembra del tutto avulso da quanto Gesù ha detto in precedenza. Leggendo però attentamente, si coglie che è dentro lo stesso movimento di pensiero. Ciò diventa evidente proprio in ordine all'allegoria della vite che simboleggia quel "rimanere-in" che ha già fatto da sottofondo al capitolo precedente. Qui l'immagine parla con più forza: si tratta di rimanere in Gesù, come il tralcio nella vite, se si vuol portare frutto di vita, di testimonianza, di azione apostolica.
L'allegoria della vite (alcuni non esitano a chiamarla parabola) s'incentra
su un ben preciso, triplice rapporto che si sviluppa in maniera concentrica nel
brano: vignaiolo (il Padre), vite (Gesù), tralci (i
discepoli).
Centro strutturale è il v.5: "IO SONO LA VITE ,
VOI I TRALCI. CHI RIMANE IN ME E IO IN LUI FA MOLTO FRUTTO PERCHÉ SENZA DI ME
NON POTETE FAR NULLA".
Il Padre, forza fontale e meta di tutto, è all'inizio (v.1) e alla fine (v.8).
Il portare frutto del discepolo che rimane in Gesù è "gloria" per il
Padre e quindi vera "sequela" di Gesù il quale, nella sua vita, cerca
solo questa gloria.
v.1 L'immagine della vite e più della
vigna era cara a Israele. Simbolo di prosperità, di pace, di gioia era
venuta rappresentando il popolo stesso a cui Dio attendeva con intenso
amore che sistematicamente Israele deludeva.
Interessante il parallelo con il tema sponsale. L'infedeltà di Sion-la
sposa trova il correlativo nell'incorrispondenza della vigna. E Dio appare
come il vignaiolo benefico e premuroso che soffre per la mancanza di
frutti della sua vigna.
Questo tema dell'attesa delusa è forte in Isaia 5,1-7 e, letta in clima
di preghiera, dà spessore rivelativo a questo brano.
Così comprendiamo perché dicendo: "Io sono la vite", Gesù
rivela di volersi assumere fino in fondo il ruolo del Figlio Unigenito che
non delude le aspettative di Dio. Realizza la parola di Sir. 24,17:
"Io come la vite produssi graziosi germogli e i miei fiori diedero
frutto di gloria e ricchezza".
Il portare frutto di Gesù a che cosa è legato? All'altra immagine del
seme di grano che fruttifica perché accetta prima, di morire nel terreno
(Gv. 12,24). Egli infatti porta molto frutto di gloria al Padre, di
salvezza per noi, col suo mistero pasquale.
v.2 I tralci sono i discepoli, siamo noi. Anche per noi c'è pienezza di vita (= il fruttificare) se, rimanendo in Gesù-vera vite, ci lasciamo potare, purificare.
v.3 E ciò avviene proprio nell'ascoltare e vivere la Parola: quella Parola che inserisce la nostra vita nel ritmo pasquale del mistero di Gesù. Quanto ai tralci che non rimangono in Gesù, oltre all'infecondità del non portare frutto, si parla di "togliere", "gettare". Ciò non esprime affatto una posizione dura, distruttiva da parte di Dio, ma solo la conseguenza di una nostra libera scelta sbagliata. Gesù è venuto per assumere tutto di noi, per far corpo con noi in ordine alla nostra salvezza. Appunto: Lui vite, noi tralci. Ma se ci autoescludiamo dalla sua linfa vitale, siamo noi a decidere di essere infruttuosi, rinsecchire e morire.
v.4 L'invito a RIMANERE IN GESÙ come Lui rimane in noi riprende e approfondisce il ricchissimo tema di un'unione profonda, esistenziale. Risuona il Cantico dei Cantici: "Il mio Diletto è per me, io sono per il mio Diletto"( cfr. Ct.2,16), gli appartengo interamente. Nella breve pericope il verbo "rimanere" ritorna ben 7 volte!
v.5 Come si è già detto
l'affermazione: "Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io
in lui porta molto frutto perché senza di me non potete far nulla",
è il fulcro del brano.
L' A.T. aveva detto: "Vana è la salvezza dell'uomo, ma con Dio noi
faremo cose grandi" (Sl. 59). Tutta la Bibbia è piena di questa
convinzione: l'uomo, da sé, è "come ombra che passa", ma Dio
lo libera, lo trae fuori dalla schiavitù dell'Egitto e di Babilonia. La
sua misericordia si estende su quelli che lo temono di generazione in
generazione" (Lc.1,50). E Gesù è il cuore rivelativo del suo essere
amore di salvezza. Solo rimanendo vitalmente uniti alla sua Persona amante
si ricevono energie salvifiche. Ma il peccato (e la conseguente
autodistruzione) dell'uomo è la sua proterva autosufficienza. Hölderlin,
agli inizi del sec.XIX, scrive: "Io so che ogni cosa posso dominare./
Conosco ogni parte come opera / delle mie mani; e guido a mio volere, /
Signore delle cose, il vivente. / Il mondo è mio / e soggette e
servizievoli / mi son tutte le forze..." (citato da MARCO GUZZI in
"Introduzione all'ascolto del Secondo Appello", Seminario presso
il Centro Internazionale E. Montale, Roma).
Tutto quello che accadde poi (e che potrebbe trovare il segno opposto più
evidente in Hiroschima, Cernobil e nelle varie distruzioni ecologiche) è
un terribile commento-beffa tragica a questa prosopopea. Unica strada
percorribile: credere che, se Gesù è vite e noi i tralci, uniti
vitalmente a Lui mediante l'ascoltare e praticare la Parola, la linfa
vitale di Gesù-vite provoca nuove possibilità di vita, un nuovo e forte
"fruttificare" in noi.
v.7 Così si capisce come rimanere in Gesù vuol dire lasciare che le sue Parole rimangano e operino in noi. Che cosa possono operare queste Parole se non la conformità del volere dei tralci- discepoli con quello solo che Gesù vuole: il progetto salvifico della volontà del Padre? In questo senso la preghiera dei discepoli sarà sempre in ordine al realizzarsi di questa volontà e sempre verrà esaudita.
v.8 Così la volontà del Padre, il nostro portare frutto di bene in Gesù (non poco, ma abbondante!) e la sua glorificazione diventano una sola cosa, una sola salvezza.
La vita, quella che in un cosmo intatto ha espresso le sue forme più varie e armoniche, dall'edelweiss alle galassie, la vita come fresco irrompere di sanità nelle persone, nelle famiglie, nella società, sembra oggi devastata, in questo declino di secolo e di un'epoca. Di qui gli esaurimenti e le depressioni psichiche sempre più diffuse. Eppure tanti segni di vitalità evangelica dicono che sta per sorgere un mondo nuovo.
Se mi riapproprio dunque vitalmente di quanto Gesù dice a proposito della vite e dei tralci, se lascio che la linfa della sua Parola e dei suoi Sacramenti, scorra libera nelle mie giornate, non trovo forse l'unica vera strada non solo per mettere argine a tante avvisaglie di morte, ma per essere sempre nuova destinataria e annunciatrice di vita intorno a me?
A volte le perturbazioni atmosferiche, pur
senza togliere del tutto il tralcio dalla vite, lo riducono in tale stato
che è poi rotto; le sue cellule assorbono pochissima linfa, le foglie
ingialliscono, gl'incipienti grappoli rinsecchiscono. Non è forse
l'immagine di mie possibili situazioni?
Se le alterne e non sempre liete vicende delle mie giornate non sono
dominate dalla Parola ben assimilata nella meditazione e vissuta durante
il giorno, a poco a poco non assimilo più linfa di vita. Che cosa
comunico al patner, che frutto porto tra i fratelli?
Rimanere, dimorare in Gesù con l'unione vitale della mente e soprattutto del cuore che aderisce a Lui, per compiere come Lui, in continua novità d'amore, la volontàdel Padre: questo solo mi salva, vivificando me i rapporti interpersonali e il mio apostolato. Si fruttifica solo in questa direzione. Il resto è aberrante attivismo o sclerosi mortifera.
L'esercizio è quello di pregare questo stupendo brano. Potrei esprimermi così:
GESÙ, TU SEI LA VITE E IO IL TRALCIO.
FAMMI RIMANERE IN TE,
CON LA MENTE COL CUORE COL DESIDERIO
DI VOLERE CON TE E COME TE,
QUELLO CHE PIACE AL PADRE.
NON PERMETTERE SCHIZOFRENICHE CORSE FUORI DA TE, IN ROTTURA CON TE.
E FAMMI CREDERE VITALMENTE CHE, SE HO IL CORAGGIO DI RESTARE UNITA A TE,
PORTERÒ FRUTTI DI PACE DI GIOIA DI APOSTOLATO.
COME E QUANDO TU VORRAI.
AMEN