Nel vangelo di Giovanni quello che in ogni pagina più colpisce, è il
mistero della Persona di Gesù col fascino del suo essere così uomo da
diventare intimo a noi e così tutto Dio da poter rispondere alla sete
d'infinito che è lo specifico del cuore umano.
In questo brano c'interessa l'approdo-sequela dei due primi discepoli che,
perché afferrati dalla Persona di cristo, decidono di RIMANERE con LUI, facendo
esperienza della sua intimità. Va subito notato che in Giovanni il verbo
rimanere (meno) è ripetuto spesso con un significato di profondità. È il
porre dimora, avere stabilità, entrare nell'intimità.
Dopo il Prologo (1,1-18) introduttivo alla Storia della Salvezza che ha il
suo vertice in Gesù, rivelazione e "dimora" di Dio in mezzo agli
uomini, Giovanni ci presenta la grande testimonianza del Battista (1,19-34).
Egli dice di essere "voce che grida nel deserto" (v.23) e battezza
nell'acqua del Giordano (un battesimo di penitenza) in attesa di Uno a cui lui
non è degno neppure di sciogliere il laccio del sandalo (v.22).
È la prima grande settimana che prepara la prima manifestazione pubblica di
Gesù col "segno" dell'acqua cambiata in vino alle nozze di Cana. Nel
secondo giorno il Battista vede venirgli incontro Gesù e, per intuizione di
Spirito Santo, ne riconosce la misteriosa identità con quelle parole, di una
densità unica: "Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo"
(v.29) Dalla testimonianza del Battista conosciamo anche il momento altamente
rivelativo del battesimo di Gesù, durante il quale il precursore ha visto lo
Spirito scendere e rimanere ( il verbo è ripetuto due volte ) su Gesù che
proprio con lo Spirito battezzerà.
Con la discesa dello Spirito e il suo RIMANERE su Gesù s'inaugurano i tempi
nuovi: il ritorno del nuovo Israele al Padre, un ritorno segnato dalla Salvezza
che, è Gesù stesso e il suo operare.
Si tratta di un'introduzione, quattro brevi nuclei e una pennellata conclusiva.
v. 35 Introduzione. Viene scandito un nuovo giorno, è il terzo della settimana di cui si è detto. Il Battista che ha appena realizzato la sua forte testimonianza nei confronti di Gesù, si trova accanto due dei suoi discepoli.
v. 36 Gesù sta passando e il precursore "fissando lo sguardo su di Lui" lo indica ai due discepoli ripetendo le parole rivelative:" Ecco l'Agnello di Dio". Per "fissare lo sguardo", non a caso, è usato il verbo "emblepò" che significa "penetrare in profondità", e non solo "scorgere".
v. 37 L'impatto è forte. Come sentono parlare di Gesù, i due decidono di "SEGUIRLO".
v. 38-39a Gesù si accorge che lo seguono e prende l'iniziativa del dialogo con una forte domanda:" Che cercate?" . I due non rispondono, ma pongono un'altra domanda. Vogliono sapere dove sta Gesù. La risposta è incisiva e sa di preciso invito:"Venite e vedrete".
v. 39b I due vedono, constatano dove Gesù sta e decidono di Rimanere con Lui tutto il giorno.
Conclusione È puntualizzata l'ora, talmente l'avvenimento di quella prima chiamata-sequela è importante.
Gesù fa la sua comparsa tra la gente senza alcuno scalpore di sorta. È uno, fra tanti, in ascolto del Battista.
È proprio il Battista che, per illuminazione di Spirito Santo, legge sul suo volto lo svelamento della sua identità messianica: il suo essere Agnello di Dio, il vero "Agnello pasquale" che si è fatto carico dei nostri peccati. A differenza di tutte le vittime antiche che erano solo figura di Lui, Egli è riuscito a pagare il prezzo, a riscattarci.
Questa immagine di Gesù "Agnello di Dio" che toglie i peccati del
mondo" ci si svela densissima, se la cogliamo nello spessore che le viene
dall'A.T. (cfr. Is,52,13; 53,7).
È il legame tra Antico e Nuovo Testamento che apre orizzonti di speranze
messianiche su cui, in questa pagina di Giovanni, è già la luce dell'avveramento.
L'<<Agnello sgozzato e ritto in piedi>> dell'Apocalisse ci dà
un'altra grande linea interpretativa: egli è il dominatore dei grandi della
terra (Ap.6,15.16) e li vincerà "perché è il Signore dei signore e il Re
dei re". Davvero il mistero di Gesù ha bagliori sconvolgenti, irradia
tutta la potenza di un Dio che proprio nelladebolezza della carne (che cosa vi
è di più fragile di un agnello?) sconfigge il male e la morte.
Gesù pone attenzione ai due e li "vede". Il suo è uno sguardo che incontra in profondità ogni interlocutore (cfr. vv.42.47..48.50): uno sguardo che germoglia dalla radice del suo essere la Persona amante del Dio fatto uomo, attirato dall'uomo.
"Che cercate?": la domanda che Gesù pone ai due discepoli del Battista che lo seguono, attirati dal suo misterioso fascino, è la prima parola che Giovanni pone sulle labbra di Gesù nel suo Vangelo. C'interessa molto perché è la domanda di fondo per ogni uomo che voglia prendere in mano la propria vita e guardarci dentro lucidamente. Con questa domanda Gesù scava nel cuore dei due, ma anche nel nostro, proprio oggi. In ogni epoca e ad ogni età della vita è fondamentale che l'uomo si chieda: che sto cercando? Dove sto andando? Questa forte domanda nel Vangelo giovanneo è posta altre due volte da Gesù: ai soldati che vengono a catturarlo nel Getzemani (18,4), alla Maddalena nel giardino della Risurrezione (20,15). Ed ha sempre una forte densità esistenziale. Prima di "dimorare" (restare con profonda pace) presso se stessi e con Gesù, bisogna sapere lucidamente quale "progetto di vita" stiamo perseguendo, su che strade si muove il nostro cuore.
L'autorevolezza che Gesù esercita sui discepoli è espressa dal fatto che lo
chiamano Rabbi (= Maestro) e subito gli chiedono dove Egli stia. Nella domanda
è insito il desiderio di conoscerlo da vicino. Non è tanto la dottrina che
interessa nei riguardi di Gesù, ma è la sua Persona, la sua mentalità, il suo
stile di vita. Interessante la risposta: oltre all'invito ad andare da Lui, c'è
l'implicito consiglio a fare chiarezza su quello che davvero per loro è
importante. È un rafforzare la prima domanda: che cercate? I due vanno e
rimangono con Gesù per l'intero giorno . Poi lo seguiranno non senza aver
attirato altri a Gesù (cfr. vv.41-42).
RIMANERE CON GESÙ è, in effetti, fare
esperienza di Lui, del suo dimorare nel Padre (cfr, Gv. 1,18; 12,45; 14,3-9;
17,6-11), del suo volere quanto il Padre vuole al punto che suo cibo è compiere
quello che a Lui è gradito.
RIMANERE CON GESÙ è capire che Egli è
venuto perché noi abbiamo in pienezza la vita (cfr. Gv. 10,10), ma che ad essa
si perviene accettando esistenzialmente il suo mistero pasquale : morendo al
proprio "ego" ogni volta che se ne presenta l'occasione, risorgendo a
novità di amore.
In una società dove tutto è manovrato da grossi interessi economici, in cui l'ego con le sue gratificazioni (promesse e poi negate) sta esplodendo in sempre più diffusi nevrosi, depressioni, tensioni attivistiche, che cosa nel mio cuore (il mio "io profondo") sto cercando?
Seguo davvero Gesù e dimoro con Lui nel silenzio-amore- volontà di salvezza del Padre dentro la concretezza della mia situazione?
So vivere a ritmo di mistero pasquale: accettando con amore tutte le occasioni in cui il mio "ego" è messo a morte nelle indispensabili rinunce, e so risorgere a novità di gioia nella creatività di piccoli gesti d'amore là dove abito insieme a Gesù?
Mi lascio "guardare" da Gesù in modo tale che ogni incontro con Lui è davvero un "cambiare vita"? E c'è in me il coraggio di rischiare impegnandomi radicalmente a questo amore sempre nuovo?
In un tempo di preghiera silenziosa, meglio se davanti al tabernacolo, mi lascio porre da Gesù la domanda vitale: "Che cerchi?".
Rispondo con sincerità, lasciando emergere, senza paura, anche quel che di
dolente e oscuro ho nel cuore. Poi ripeto più volte il grido-preghiera
dell'apostolo Pietro:
"Signore, salvami!". Ch'io dimori con te sempre.