Si tratta di una parabola che, sulle prime, sorprende e (in certo senso),
scandalizza. Si apparenta a quella narrata da Mt. 18,26 intorno al debito da
capogiro per il quale un servo scongiura il padrone di rimandare il tempo della
restituzione.
Con tutta probabilità, Gesù si riallaccia a un avvenimento che gli è stato
riferito da gente indignata. Ci si aspetta riprovazione? No, perché Gesù
prende la palla al balzo, non per fare la "morale", ma per rendere
avvertiti gli uditori che anche loro hanno l'acqua alla gola, perché presto
dovranno rendere conto a Dio di come hanno impiegato i beni quaggiù. E allora?
Conta l'avvedutezza e la pronta audacia e decisione di questo amministratore.
Nel cap. 15, Gesù ha narrato le tre parabole della misericordia per rivelare come Dio sia un Padre che nel suo amore per noi è fuori di ogni misura. Nel discorso della montagna ci aveva detto come fare per diventare come Lui: "Siate misericordiosi com'è misericordioso il Padre vostro" (6,36). Qui ci insegna concretamente con quale audacia e avvedutezza si può prendere in mano la propria situazione e gestire i propri beni, la propria vita (in realtà niente è nostro, tutto appartiene a Dio) fuori dal registro dell'egoismo.
Sono 5 i nuclei narrativi:
vv. 1-2 Un uomo ricco si rende conto che un suo amministratore dilapida i suoi beni. Lo chiama alla resa dei conti e minaccia di scacciarlo.
vv. 3-4 L'amministratore riflette tra sé e sé ("conosceva", testo originale) quello che deve fare in questo grave frangente: si farà degli amici che lo ospitino a casa loro, quando perderà il posto e tutto.
vv. 5-7 Eccolo all'opera: sia pur in modo fraudolento, egli condona ai conservi del padrone. Entra nell'ottica della misericordia, sia pur in ordine a beni che non sono suoi.
vv. 8-9 È il centro della parabola. Il Signore elogia (verbo usato solo 5 volte in tutto il N.T.) l'amministratore per questo suo saggio agire. E Gesù invita i discepoli ad essere anch'essi saggi nel gestire le ricchezze (in genere frutto di accumulo ingiusto!) dentro quella giustizia d'amore che è la "condivisione" con chi non ha.
vv. 10-13 Qualche raccomandazione in ordine al modo di gestire i beni di questo mondo fino a puntualizzare l'incompatibilità del servire Dio e mammona (= gli averi ingiustamente ammassati, e quasi idoli).
L'uomo ricco è il Signore (v.1), l'unico a cui veramente appartiene "la terra e quanto contiene, l'universo e i suoi abitanti" (Sl.24,1).
L'amministratore siamo noi. "Cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto perché te ne vanti?" (1Cor. 4,7). Il "barare" su queste due identità è devastazione: ateismo pratico che fa perdere il senso di sé, di Dio, delle cose. L'amministratore è accusato di dilapidare i beni del Signore: come noi quando roviniamo, in noi e attorno a noi, ciò che è di Dio.
"Rendi conto della tua amministrazione" (v.2). È Quello che ci sarà chiesto alla morte. Importante prenderne coscienza ora. "Conobbi che fare" (v.4) (conoscere è il verbo del testo originale). Quello che si deve fare è anzitutto "conoscere e credere all'amore di Dio per noi" (cfr. 1Gv.4,16) e poi subito diventare misericordiosi come Lui (cfr.Lc. 6,36). Ciò che l'amministratore decide di fare è prendere la strada dell'amore, del condono. È questo che il Signore elogia (v.8).
La disonestà dell'amministratore era l'indebita appropriazione precedente
dei beni che non erano suoi ma del Signore. Resta poi "amministratore
dell'ingiustizia" (testo originale v.8) perché quaggiù noi amministriamo
pur sempre denaro, beni che, lungo tutta la storia, sono spesso frutto di furti,
di prevaricazioni, oppressione, sfruttamento, ingiustizia.
Come i figli di questo mondo sono avveduti nel discernere il loro interesse,
così i discepoli dovrebbero esserlo nel cogliere il loro vero bene che coincide
col disegno del Padre: gestione dei beni in stile di misericordia, condivisione,
amore che significa alla fine della vita essere accolti per sempre nella casa
del Padre.
Farsi amici col "mammona dell'ingiustizia" vuol dire ridistribuire ai
poveri (e gestire giustamente, con criteri di onestà) quei beni (denaro, roba)
segnati dall'accumulo che è sempre contro la volontà di Dio.
Da ultimo (vv.10-13) tutto è giocato sul ricorrere dei termini "fedele" e "affidare" che hanno la stessa radice di "fede". È dunque chiaro che la fede in Dio si gioca nella fedeltà in ciò che Egli ci ha affidato. Ci ha affidato dei beni da gestire nel dono e nella condivisione, non nell'accumulo che è mammona d'iniquità. Servire l'accumulo è sbarrarsi la porta al servizio di Dio (v.13), dunque alla salvezza.
Ho chiara coscienza che il Signore è Padre ricchissimo di beni da Lui
affidatici (cfr. i talenti ) per
larghezza d'amore?
Entro, in qualche modo, in logiche di possesso e di accumulo o sono lucido
nel dissociarmi da queste
logiche tanto propagandate oggi?
Perché studio? Perché lavoro? Perché mi do da fare? C'è motivazione d'amore in tutto questo?
Come mi educo alla condivisione, alla solidarietà?
Mi ritrovo davanti al tabernacolo o in un angolo silenzioso a consegnare al Signore quanto possiedo (beni spirituali, intellettuali, morali, materiali). Chiedo la forza di gestire tutto con distacco e di puntualizzare, in concreto, a chi e come dare qualcosa di mio.