A ogni Eucarestia, la chiesa c'invita a ripetere quello che dice il centurione, protagonista del brano: "Signore, io non son degno che tu entri nella mia casa, ma dì una sola parola e io sarò guarito" (7,6). Così, attraverso i secoli, ancora risuona l'espressione di un atteggiamento di fede talmente verace e attuale da poter ora stimolarmi ad interiorizzarlo, facendolo mio nella lettura orante della pericope.
È appena terminato il discorso sulle beatitudini o del Regno (cap.5-6). Gesù, rivoluzionando la logica mondana, ha proclamato : "Beati" (=pieni di gioia) i puri di cuorre, gli operatori di pace, i miti, i misericordiosi, i perseguitati a acausa della giustizia, i poveri. Al centro di questa "magna cartha" della sua "lieta notizia", ci ha invitati a diventare misericordiosi com'è misericordioso il Padre (6,36). È infatti solo questo percorso di bontà, d'amore, di misericordia a farci ricuperare quella "immagine e somiglianza" con Dio (cfr. Gen..1,26 ) con cui siamo sgorgati, pieni di dignità, da Dio-Amore. In questa pericope si colloca il rivelarsi di Gesù come misericordia del Padre che arriva a sanare tutti, non i giudei soltanto.
Introduzione, quattro nuclei, conclusione.
Introd. v.1 È terminato il discorso del Regno e Gesù entra in Cafarnao, città di confine. Inizia l'attività missionaria di Gesù: portare la salvezza anche ai lontani.
vv. 2-3 Viene presentata l'urgenza di un servo che sta per morire ed è caro a un centurione (capo di una centuria di soldati romani). Quest'uomo, un ufficiale dell'esercito straniero occupante la Palestina, appartiene a chi è nemico degli Ebrei. Tuttavia gli è nota la fama del grande Rabbi e, nella paura di perdere il servo a cui vuol bene, manda da Gesù alcune persone meritevoli di stima a chiedere che operi la guarigione.
vv. 4-5 Il drappello insiste perché Gesù intervenga. Attraverso il loro dire, la figura del centurione acquista rilievo. È un pagano, ma ha buon cuore. Merita ("è degno"- dice l'originale) di essere esaudito perché ama la gente della nazione occupata e ha perfino fatto costruire la loro sinagoga.
vv. 6-8 Gesù acconsente e va con loro. Quando stanno per arrivare, nuovo cambiamento di scena. Gli vengono incontro alcuni amici del centurione e parlano a nome suo: egli non è "degno" che Gesù entri da lui e non si reputa neppure "degno" di andare ad incontrarlo. Di una cosa però egli è certo: la Parola che dirà opererà la guarigione. Infatti, se lui che è un subalterno ottiene obbedienza alla sua Parola, quanto più Gesù otterrà che la sua Parola, ben più potente si realizzi.
v. 9 Si evidenzia l'ammirazione che Gesù prova per questo uomo dalla fede umile e ferma: Da notare: è l'unica persona che Gesù ammira, mentre l'incredulità della sua gente è l'unica cosa di cui si dice che lo stupisce (cfr. Mc. 6,6).
Conclus. v.10 La Parola di Gesù intanto ha operato a distanza; gli invitati, come entrano in casa, lo costatano.
La figura del centurione è sorprendente! Come ha potuto lui, uomo ragguardevole presso il governo della potenza occupante, percepire con lucidità che quel Rabbi nativo dell'oscura Nazareth, avrebbe potuto guarire il servo che gli è caro? Certamente in lui, buono benché pagano, timorato di Dio al punto da far costruire una sinagoga per gli Israeliti, affezionato ad uno "schiavo" (tali erano i servi presso i Romani) c'è un'apertura di cuore che consente alla grazia di raggiungerlo.
Del suo essere "degno", parlano a Gesù gli "anziani dei Giudei" (v.3); egli invece sottolinea la sua "indegnità". Coglie il confronto tra la sua persona impotente di fronte alla morte che incombe su chi gli è caro, e la persona di Gesù, il rabbi in cui "opera la potenza del Signore" (Lc. 5,17). L'esito però non è schiacciante senso di ripiegamento su di sé, ma spazio di umiltà in cui la fede diventa fiducia assoluta. Il percorso del centurione può essere il mio, quello di ogni uomo. Mosso da estrema necessità, avendo ascoltato da altri il grande potere di guarigione di Gesù, cosciente della propria impossibilità di accedere a Lui, eccolo ricorrere alla mediazione di altre persone; poi, informato che Lui viene, percepisce contemporaneamente e a fondo due importantissime cose: la propria miseria e la misericordia di Dio in Cristo.
È proprio dall'incontro tra senso della miseria e senso della misericordia che nasce la fede. Attenzione: non è fede generica, ma fede concreta nella Parola di Gesù.
Questa Parola può sempre operare con potenza, dunque anche oggi! Come l'impeto di un fiume ha però bisogno di un alveo. Che cos'è in questo caso l'alveo? L'apertura del cuore in cui senso della propria miseria e della misericordia del Padre di cui Gesù è il volto, diventano respiro di fede autentica, incondizionata fiducia.
La salvezza qui si compie in assenza di Gesù, per la fede che un pagano ha nella sua Parola, neppure udita direttamente, ma attraverso mediatori. Com'è la mia fede?
Lascio emergere la potente personalità di Cristo nell'orizzonte del mio quotidiano? Avverto la necessità di coordinare a Lui, al suo amore-salvezza tutto quello che sento, penso, agisco nel mio ambiente?
La Parola di Gesù, anche nel mio oggi, dentro le mie situazioni, ha efficacia di salvezza. Sono però persuaso/a che essa può operare solo nell'alveo della mia fede? ("tutto è possibile per chi crede" (Mc.9,23)).
A livello contemplativo, in uno spazio di silenzio orante chiedo allo Spirito di riscoprire la forza di fede-fiducia che è nel cuore del centurione. Sul ritmo del respiro, davanti al tabernacolo o in un angolo di natura in pace, ripeto:
"SIGNORE, DÌ UNA PAROLA ED IO SARÒ SALVO".