Lc.9,10-17

 

Fin dai tempi più antichi si è data grande importanza a questo miracolo. È l'unico che tutti e quattro gli evangelisti narrano. Matteo e Marco lo riportano due volte. Quanto subito c'impressiona è l'enorme folla (5.000 uomini senza contare donne e bambini) che fa da sfondo al racconto. Quale fascino doveva esercitare Gesù su tutta quella gente che aveva il coraggio di seguirlo dovunque andasse!
Alcuni particolari come il luogo deserto e l'accamparsi in gruppi all'aperto, rievocano l'assemblea d'Israele nel deserto, in viaggio verso la terra promessa.
Il gesto che Gesù sta per compiere è "segno" allusivo alla manna nel deserto; eppure è una realtà del tutto nuova: l'irrompere della Nuova Alleanza, della nuova Vita di cui il "Pane"- simbolo di quello che nell'Ultima Cena Gesù trasformerà nel mistero del suo Corpo - sarà alimento e forza durante il lungo "Esodo" da ogni tipo di schiavitù, quell'Esodo che è l'esistenza stessa del cristiano.

Interessante il fatto che Luca colloca questo miracolo tra due scene in cui si vuol sapere chi sia Gesù.
Nella prima (vv.7-9) è Erode il fosco personaggio che, invidioso della fama suscitata dal potere di Gesù sulle più diverse realtà, è attanagliato da una curiosità tutt'altro che positiva. Nella seconda (vv. 18-20) è Pietro che approda alla verità nel riconoscere che Gesù è il "Cristo di Dio".
Sembra che Luca voglia dirci: solo chi si lascia saziare da questo pane ( il "Pane della vita"! Gv. 6,35) può riconoscere in Gesù il Dio che salva.
Un altro particolare che non va disatteso: il miracolo avviene subito dopo che gli apostoli, mandati da Gesù "ad annunziare il Regno di Dio e a guarire gl'infermi" (9,2), ritornano da Gesù raccontando l'esperienza della loro missione. Luca vuol dunque sottolineare il fatto che ogni attività missionaria porta a conoscere Gesù ma ha il suo coronamento nell'Eucarestia che è anche la "fonte" d'ogni vera missionarietà. Essa è davvero fondamento e compimento della Chiesa di Dio!

Richiama quella moltiplicazione di 20 pani d'orzo e farro realizzata dal profeta Eliseo che sfamò 100 persone (2 Re 4,42-44).

vv. 10-11 Gli Apostoli ritornano da Gesù dopo essere stati da Lui inviati. Ora Egli li chiama in disparte nei dintorni di Betsaida. La folla irrompe in quella intimità, affascinata dal Rabbi che ovunque compie prodigi. Gesù l'accoglie, parla del Regno, guarisce.

vv. 12-15 Si rivela la preoccupazione dei dodici mentre si evidenzia fermo il parlare e l'agire di Gesù in ordine alla sua volontà di sfamare tutti, proprio attraverso i discepoli. Riecheggia il "Fate questo in memoria di me" (1 Cor. 11,24) di paolina memoria. Ancora a proposito di confronti numerici. Con 20 pani d'orzo Eliseo sfamò 100 persone, con 12 Gesù ne sfama 5.000! L'azione del profeta era preludio della realtà-Cristo.

v. 17 Sembra richiamare la 2^ beatitudine: "Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati" (6,21a). È la beatitudine di una sazietà allusiva a quella di chi "mangia il pane nel regno di Dio" (14,15).

"Li prese con sè e si ritirò".
Gesù si sottrae all'insana curiosità di Erode e nello stesso tempo offre ai dodici uno spazio d'intimità che, unendoli di più a sé, li abilita ad una conoscenza interiorizzata della sua Persona: indispensabile premessa per condurre anche altri a conoscere Gesù.

"Le folle lo seguirono... Egli le accolse (...) I dodici dicevano: congedali..."
Il comportamento di Gesù è opposto a quello degli apostoli: in Lui l'accoglienza, negli altri il timore. In At. 28, 30-31 costatiamo che anche il cuore convertito di Paolo, si comporta proprio come Gesù: accoglieva, annunziava il Regno. Non si può "sfamare" nessuno, a nessun livello, se anzitutto non si accoglie la persona . S. Paolo esorta: "Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi" (Rm.15,7). Accogliere infatti è l'espressione dell'amore e di quel gesto del pane "spezzato e donato" che è l'Eucarestia. Marco dice che Gesù "si commosse perché erano come pecore senza pastore" (Mc.6,34). Qui dunque l'"accogliere" sottintende tutto il profondo sentire di Gesù. Gesù accoglie, raduna, sfama; gli apostoli vorrebbero congedare le folle. Due ottiche: la prima è quella del Regno di Dio e dell'amore, la seconda è la logica del calcolo, frenata da paure. Solo la prima costruisce comunione.

"Dategli voi stessi da mangiare".
Gesù vuole abilitare i suoi al dono ( date voi stessi ) : qui più che mai il "mangiare" è legato al "dare". Solo il "dono" è sorgente di vita! Se imparano a fidarsi di Dio e a uscire da calcoli, gli apostoli leggono i "segni" ( 5 sono i pani e 2 i pesci: 7 è simbolo della realtà che contiene ogni compiutezza!). È nella fiducia, nel contare sul dono di Dio che si diventa capaci di dono ai fratelli.

"Erano circa cinquemila uomini".
Questo numero richiama la comunità primitiva di Gerusalemme dopo Pentecoste (cfr. At.4,4) che, assidua nella "frazione del pane", nella preghiera e nell'unione fraterna (cfr. At.4,42-48) viveva il dono reciproco sostenuta dal dono di Gesù (cfr. At.4,32-35).

"Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti".
Gli apostoli, obbedendo alla Parola di Gesù, diventano anch'essi gente che accoglie. Il testo originale è: "li invitarono a sdraiarsi". Il termine dice che questo pasto è quello della convivialità (sdraiati su cuscini mangiavano gli Ebrei) e della pace; non è segnato dalla fretta come quello consumato in piedi nell'Esodo dall'Egitto ( cfr. Es.12,11).

"Ora presi i 5 pani..."
In questo nucleo centrale del brano sono da rilevarsi i termini inequivocabilmente eucaristici:

prendere
pane
levare gli occhi
benedire
spezzare
dare
mangiare
distribuire
tutti
 I VERBI SONO ALL'AORISTO,
NEL TESTO ORIGINALE ESPRIME AZIONE PRECISA, DEL TUTTO COMPIUTA.
"DARE" PERÒ È ALL'IMPERFETTO.
INIZIATO ALLORA, CONTINUA NEL TEMPO PER MANO DEI DISCEPOLI SUCCEDUTI AI DODICI.

Il pane è sintesi e vertice di tutto il creato perché Gesù lo tramuterà nel suo corpo (cfr. Lc.22,7-20). È in questo pane che Creatore e creazione in Gesù si congiungono. In questo pane infatti il Padre sfama il bisogno di vita infinita e divina che ha messo nel cuore dell'uomo.

Nella mia vita avverto il bisogno di seguire Gesù, di essere fedele a momenti di stretta intimità con la sua Persona? Persevero nell'ottemperare a questa vitale necessità?

Che posto ha l'accoglienza "dell'altro" nelle mie giornate? Accolgo nella gratuità o il mio agire è frenato da calcoli e paure?

Vivo (in casa e fuori) il sedere a mensa? C'è gratitudine, gioia di scambio, reciprocità di attenzioni o chiusure, fretta, egoismo?

Recepisco l'Eucarestia come il Pane che nutre e fa crescere in me l'identità di una vita, proprio dal mistero del Pane (leggi corpo!) spezzato di Cristo, elevata a natura divina?

Gesù Parola e Pane della mia vita: è così per me? E come? Dentro quali ritmi?

All'aperto rivivo il senso di accoglienza e di pace che Gesù vuol comunicarmi. Poi davanti a Gesù Eucaristico, libero dal mio cuore il grazie per il suo essersi fatto Pane, alimento unico e insostituibile alla mia fame.
Gli chiedo di diventare anch'io, in Lui, pane spezzato e donato.