Mc 14,32-42 

 

Questa pericope presenta l'altissimo dramma di Gesù che vive una notte di agonia al Getsemani: quella parte del monte degli olivi, posta in direzione del Calvario. Sono tre le grandi notti di cui parla la Bibbia. La prima è quella del caos primordiale da cui l'onnipotenza creatrice di Dio trasse il mondo; la seconda è quella in cui Giacobbe, al guado del fiume, lottò con Dio che creò il suo popolo chiamandolo Israele. La terza è questa in cui Gesù, il "vero" Israele, pronuncia il vero nome di Dio: Abbà Padre e gli consegna la sua vita perché nasca la nostra. E' stato detto "L'agonia del Getsemani è la finestra sull'IO più intimo di Gesù: Le sue stesse parole ci rivelano il suo modo di rapportarsi da Figlio al Padre nel momento decisivo della sua vita" (Silvano Fausti).

Gesù, nel cenacolo, ha appena istituito l'Eucaristia, ha profetizzato lo "scandalo" della sua morte e della sua resurrezione. Pietro, sempre ingenuamente sicuro di sé, ha proclamato che lui non si scandalizzerà di quanto sta per accadere. Gesù gli profetizza il triplice tradimento. Lui, a cui fanno coro gli altri, insiste: a costo della morte no, non lo tradirà. Al termine di questa pericope siamo immediatamente catapultati sull'azione violenta della soldataglia a cui dà il via il segno dell'amore diventato segno del tradimento: il bacio di Giuda.

Una introduzione e 4 nuclei

v. 32 Introduce il brano il nome del podere: Getsemani e l'invito di Gesù ai discepoli perché rimangano lì mentre lui si inoltra nel campo a pregare.

vv. 33-34 Sceglie Pietro, Giacomo e Giovanni chiamati a "dimorare" vicino a Lui, per contemplare più da vicino la sua mortale agonia in riscatto del mondo.

vv. 35-36 In stato di angoscioso rifiuto della sofferenza, Gesù si rivolge a Dio, chiamandolo col tenerissimo nome "Abbà". Gli chiede di esimerlo da quel dolore mortale, però chiede che sia la volontà del Padre, non la sua a compiersi.

vv. 37-40 Per due volte raggiunge i tre che invece di pregare dormono. Constata la loro incapacità a condividere la sua fatica mortale e li esorta a vegliare e a pregare."

vv. 41-42 Per la terza volta ritorna dai tre che sono ancora in preda a un sonno pesante. Dice loro che è arrivata l'ora (quella del suo estremo supplizio e della nostra liberazione) Dice del suo essere "consegnato". E addita anche colui che lo "consegna": Giuda.

 

Interessante, per penetrare di più il dramma, cogliere che la struttura è a contrappunto.

Gesù Discepoli
Prostrato Seduti
Veglia e Prega Dormono
 
Debolezza della carne Forza dello spirito
Volontà propria Volontà di Dio

Ma in Gesù c'è in preghiera la totale consegna della sua volontà alla volontà del Padre.

v. 32a Getsemani - significa "torchio" Qui l'umanità di Gesù è torchiata per noi. Egli "spremerà" la sua essenza divina di Figlio consegnandosi "all'Abbà".

v. 32b "Fin che io preghi".
Oltrepassa i discepoli. Da solo s'immerge in preghiera. Anche Mt. 26,36 sottolinea che è Gesù ad aver bisogno di pregare: lui nella sua piena umanità così sofferente e torchiata.

v. 33 "Prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni".
Si tratta dei tre che hanno visto la forza della sua divinità nella risurrezione della figlia di Giairo (cf Mc 5, 37 e ss) Qui prendono contatto con la sua piena umanità. Gesù si scosta anche da loro in preghiera, però li chiama più vicini a lui. Desidera che almeno i più intimi gli siano più prossimi in questa ora terribile.

v. 33b Cominciò ad avere terrore
Cominciò ad essere afferrato dal "thambos" (testo originale) che significa: tremore, timore, stupore, venir meno, grande indebolimento, paura della morte.
Attenzione: questa paura è proprio ciò che tiranneggia di più l'uomo.
Condividendo in pieno il terrore della morte, Gesù si accinge "a ridurre all'impotenza, tramite la sua morte, colui che della morte ha il potere e cioè il diavolo, e liberare così quelli che per paura della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita (Eb. 2,14ss)".
Gesù nell'agonia guarda in faccia lucidamente la morte: questa sua morte che è estremamente violenta quanto estremamente ingiusta.Gesù agonizza dentro questa lucida consapevolezza.
E angoscia - siamo oltre il terrore: si tratta dell'inabissarsi nel vuoto e nel nulla. Quando l'uomo ha orrore e rifiuta la volontà del Padre, va verso questo estremo male. Perché il male estremo (che Gesù per noi ha voluto sperimentare) è l'abbandono di Dio, la sua "assenza".

v. 34 "La mia vita è triste fino a morirne".
"Peri lypos"- questo è il termine originale di efficacissima espressione
"Peri" è rafforzativo di "lypos": indica una tristezza che solo è pari a quella di chi percepisce l'imminenza del suo morire. Veramente qui Gesù si è addossato ogni dolore e ogni morte, essendosi addossata quella realtà di peccato che è solo nostra e che è l'unica vera causa della sua morte.

v. 34b "Dimorate qui e vegliate".
Come i discepoli, siamo chiamati a vivere in stato di veglia. Il nostro dimorare è di fatto il diventare sempre più consapevoli di quanto il Signore ci ha amato fuori di ogni misura. E' questo che ci salva.

v. 35 "E progredendo un po' oltre, cadeva per terra e pregava".
Come uno che entra in una zona buia e inciampa continuamente, Gesù sta inoltrandosi nel mistero della volontà del Padre. Il male che si è addossato è tenebra che implode ed esplode: dentro e fuori di lui. Qualche esegeta interpreta perfino questo cadere come un rotolarsi per terra, nell'angoscia più terribile. Gesù ora non ha più alcun punto di riferimento, niente che, come uomo, lo sostenga. Unico, assolutamente unico appiglio: la preghiera.
"Se è possibile passi quell'ora".
Gesù non è un superuomo, ma è uomo fino in fondo, fino al ribrezzo del dolore e della morte. In tutto come noi, tranne che per il peccato.
Luca dice che entra in agonia e suda sangue.(Lc 22,24).
Gesù aveva detto: "A Dio tutto è possibile" (10,27) e anche "tutto quello che domandate nella preghiera abbiate fede di averlo già ottenuto e vi sarà accordato" (11,23)
E' sacrosanta verità, ma proprio per questo il Padre "non risparmiò il proprio figlio, ma lo ha dato per tutti noi" (Rm 8,12) E dunque "come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui"? (ibidem).
Il disegno del Padre, e dunque del Figlio, è darci (a caro prezzo!) la salvezza e tutto ciò che ad essa conduce.

v. 36 "Diceva: Abbà, Padre".
Siamo nel cuore della nostra fede. E' nella disperazione assoluta di questa ora che Gesù si abbandona, con assoluta fiducia al Padre, chiamandolo col più tenero appellativo: Abbà, quello usato nel linguaggio infantile, nell'intimità delle famiglie ebraiche.
Questa fede nel suo Amore-Salvezza proprio nel momento in cui sperimenta non solo che non ci sono percepibili prove, ma che tutto è contro ogni possibile speranza, è la nostra guarigione dal peccato originale.
Adamo non credette a Dio e ruppe la sua relazione filiale con Lui. Gesù credette contro ogni speranza, e divenne fratello di tutti noi peccatori e dolenti. Essendo il Figlio per eccellenza che grida Abbà a Dio, ce lo svela Padre. "La parola Abbà, infatti, rivela tutto il segreto di Dio: nell'unico Amore costituisce il Figlio ed esprime il Padre" (S.Fausti).

v. 36b Tutto è possibile a te; togli questo calice da me, non però ciò che voglio io, ma tu
Prima aveva chiesto che passasse l'ora, adesso il calice , .L'ora indica il momento, il calice la modalità. Anche quando ci diciamo disponibili alla volontà di Dio, noi vorremmo che almeno il tempo e il modo fossero come piace a noi. Anche Gesù ha provato questa tentazione, dentro la sua terribile agonia.
Anch'egli, nella sua natura di uomo, ha vissuto la lotta con Dio, perché nel clima di peccato-ribellione instaurato da Adamo noi percepiamo Dio come il vero nemico. Ed è questa l'essenza del peccato! Gesù, l'assoluta innocenza, se n'è fatto carico a mo' di tentazione-maledizione (cf 2Cor.5,21; Gal.3,13), ma ha riportato vittoria perché ha pregato e si è consegnato alla Volontà che - pur senza prove - era la Volontà dell'Amore - Salvezza. Si è consegnato dunque interamente al "come" e al "quando" di Dio.

vv.37-42 Dopo lo scontro con l'apparente assenza di Dio, Gesù affronta la concreta assenza dei discepoli.
Dice loro: "Vegliate e pregate" perché non diventino preda del tentatore. Essi però non sono disponibili."i loro occhi erano appesantiti". E' la stessa nota che s'incontra nel racconto della Trasfigurazione. Sono gli occhi del cuore, appesantiti da ciò che non è verità d'amore, che non è vera sequela di Gesù.
Così Gesù, come si è inoltrato gradualmente nell'accettare la volontà di Dio, così si inoltra anche gradualmente nell'accettazione realistica che i suoi più intimi non erano in grado di dargli conforto. E quando torna a loro per la terza volta col dire: "Dormite pure", non è sarcasmo il suo, ma accettazione della loro "assenza".
Svegliatevi, andiamo. "EGEIRESTHE" è il verbo che gli evangelisti usano per la Risurrezione. Come se Gesù dicesse: "Ecco, sto affrontando la morte per voi. Proprio perché svegliati da un sonno di morte, voi risorgiate a vita".
E in quell'"andiamo" è sotteso un invito: venite con me a salvare. "Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt.28,20).

Forse fino ad oggi non mi sono inoltrato/a nell'abissale profondità della parola "Abbà" Voglio ora lasciarmi provocare dal "prezzo" che Gesù ha pagato per mio amore, perché capissi il senso di una relazione con Dio che è la relazione del più autentico amore filiale?

Vivo veramente il "vigilare"o mi lascio appesantire e chiudere gli occhi del cuore da troppi interessi solo materiali e dalla facilità a scoraggiarmi?

E il "pregare" come si colloca nelle mie giornate? E' in ordine all'accettazione piena di ciò che il Padre vuole?

Chiudo gli occhi e visualizzo il Getsemani.
Con l'aiuto dello Spirito Santo lascio entrare nel mio cuore la preghiera di Gesù. Ripeto più volte: Abbà con adesione di cuore, con penetrazione di Spirito Santo. Poi aggiungo:
"Non la mia ma la tua Volontà".

E ritorno a ripetere con abbandono e fiducia: Abbà!