Beati quelli che hanno fame e sete
della Giustizia perché saranno saziati (Mt. 5,6)
La bruciante attualità delle Beatitudini può essere capita - mi sembra -solo se cogliamo a fondo la carica rivoluzionaria, "un misterioso capovolgimento antropologico" (Card. Martini) che esse innescano. Proprio dentro una realtà socio-culturale tutta "giocata" nel "più avere", le beatitudini ingenerano, nello spirito, il passaggio dal bisogno di "avere di più" a quello di "essere di più", "dall'essere di più" a quello di dare, cioè dall'avere per sé a essere per gli altri. In questa beatitudine la fame e la sete, essendo "giocate" sulla giustizia, diventano fame e sete di donarsi. E non è questo il vero segreto della riuscita dell'uomo: il suo sapersi fare dono?
Il testo greco dice: peinôntes kaì dipsôntes. E la Bibbia
interconfessionale traduce molto liberamente: "Beati quelli che desiderano
ardentemente ciò che Dio vuole, perché Dio esaudirà i loro desideri".
Per approfondire ulteriormente cogliamo il senso dei termini giustizia,
fame, sete, sazietà nella coralità dei testi biblici.
Come risuona biblicamente il termine giustizia?
Anzitutto, nello stesso
discorso della Montagna, leggiamo: "Beati i perseguitati a causa della
giustizia perché di essi è il Regno di Dio (Mt. 5,10). Ancora in Matteo
troviamo l'espressione giustizia: "Perché io vi dico che, se la vostra
giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel
regno dei cieli" (Mt. 5,20).
La nostra giustizia (la giustizia dei seguaci di Gesù) si connota dunque per un
fatto d'interiorità che è la radice del nostro bene-operare, mentre la
giustizia di scribi e farisei è all'insegna dell'apparire, del mietere
consensi.
Siamo confermate in questa interpretazione da Mt. 6,1 dove leggiamo:
"Guardatevi dal fare la vostra giustizia (cioè le vostre opere buone)
davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete
ricompensa presso il Padre vostro dei cieli".
In Mt. 6,33 c'imbattiamo poi in un'altra importante sfaccettatura del termine
giustizia. Si tratta non delle buone opere fatte da noi ma della
giustizia-santità-regno di Dio: "Cercate il regno di Dio e la sua
giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta".
Possiamo dunque evidenziare anzitutto una giustizia di Dio
che è la sua stessa santità ed è quella che rende possibile e modella la
nostra giustizia, cioè il desiderio e la volontà e il fatto di realizzare
buone opere: un agire retto, secondo Dio.
C'è poi di conseguenza una giustizia sociale, con l'impegno per la difesa della
vita e dei diritti dei fratelli più poveri, ecc.
Anche i termini "fame" e "sete" vanno colti nell'intensità
del loro significato.
Fame e sete indicano i bisogni primari in ordine strettamente alla
sopravvivenza. Se non mangi e non bevi, muori. Ciò dà il peso, la pregnanza
del valore metaforico di questi due termini che, soprattutto accostati,
esprimono un bisogno ineluttabile, profondo che vuole essere appagato, se non si
vuole incorrere nel malessere e nella morte spirituale.
Nel contesto delle Beatitudini "fame e sete" vengono dunque a
significare un ardentissimo desiderio di quella giustizia che - come abbiamo
visto - è, nella sua essenza, la santità stessa di Dio, il suo largo e
sapiente regnare nei cuori che si aprono al Suo amore e desiderano compiere il
suo progetto
E' da questa giustizia-santità di Dio operante in noi che procede la mia fame e
sete di realizzare opere giuste e buone, dunque sante.
E' da questa radice santa che è la giustizia e santità di Dio che procede poi
anche l'azione della giustizia sociale da parte del vero cristiano.
E' molto bello vedere come, dentro la fabbrica dei bisogni indotti
dall'ipermercato che è la nostra società, nel cuore di chi appartiene a Gesù
si fa strada una fame e una sete che è il prepotente desiderio del regno di Dio
e il pieno realizzarsi del suo progetto santo, consono alla sua santità che è
amore.
Fa parte della confusione attuale il fatto che l'uomo (giovane e non) è preda
di chi vuole accaparrarsi i suoi soldi esasperando bisogni
secondari. E' in questo modo che, nel contempo, ineluttabilmente, si
viene soffocando a poco a poco la grande fame e sete di Dio. La sua giustizia
che è santità cioè ampiezza, profondità, splendore del suo amarci e
chiamarci a realizzarci amando i nostri simili, è sostanzialmente ciò di cui
anche in modo inconsapevole ha fame e sete il cuore di ogni uomo.
In fondo vivere questa beatitudine vuol dire entrare nella consapevolezza della
nostra identità di uomini e di cristiani che è proprio connotata dalla profonda
fame e sete di Dio e della sua santità come radice e linfa, alimento del
nostro vivere santo.
Posso vivere in pace (anzi più in pace) se non soddisfo la falsa fame e sete di
cose e realtà gratificanti solo la superficie di me. Sto male e muoio
spiritualmente se non capisco e non soddisfo la mia fame e sete essenziale di
profondità, cosa che mi è resa possibile, se, giorno dietro giorno, io compio
ciò che a Dio piace.
Il mio nutrimento spirituale: quello per cui so di far crescere la mia vita in Cristo è la mia volontà o la ricerca assidua, dunque fame e sete, della volontà di Dio?
Nella preghiera, nell'ascolto interiorizzato e giornaliero della Parola di Dio, so di orientare bene questa "fame e sete" perché venga saziata appunto dal fare ciò che a Dio piace e come a Dio piace?
I miei rapporti interpersonali si basano sulla giustizia o sono calcolo e sfruttamento egoistico? Questa mia giustizia è fredda retribuzione o "germoglia" da quella radice che è la giustizia-santità ampiezza dell'amore di Dio?
Quando mi do ad opere sociali, lo faccio per filantropia o dentro questa ottica ampia e profonda che mi rassicura e impegna evangelicamente?
Mi rilasso alla presenza di Dio, all'aperto o ai piedi del Tabernacolo.
Poi prego le due petizioni del Padre Nostro:
"Venga il tuo Regno" , "sia fatta la tua volontà".
Prima a lungo la prima, poi la seconda, altrettanto a lungo.
E' una preghiera ripetitiva sul ritmo del respiro, sul battito del cuore. Mi
consente di immergermi nella giustizia-santità di Dio, di
averne fame e sete e di esserne saziata interiormente: per me e per
quanti amo.
E' il segreto della mia pacificazione e del mio concreto impegno perché trionfi
la giustizia attorno a me.