Beati gli afflitti perché saranno consolati (Mt 5,4)

 

Che cosa c'è di più antitetico che afflizione e gioia? Diresti che dove c'è l'uno non ci può stare l'altra, che l'uno esclude l'altra in assoluto. Se soffri, può essere patologico dire che gioisci, viceversa se gioisci non soffri.
Ma entriamo più profondamente nel senso di questa beatitudine.
Intanto, mentre la beatitudine della mitezza, della purità di cuore, della fame e sete di giustizia è qualcosa che scegliamo di avere, qui l'essere afflitti (come l'essere perseguitati) è qualcosa che ci capita addosso e ci fa del male, in genere senza che lo vogliamo.
Nasce un interrogativo esistenzialmente importante: l'afflizione è solo una negatività da subire passivamente? Punto e basta? Oppure si può vivere come positività? Cerchiamo di approfondirlo in ordine alla nostra vita.

Beati gli afflitti
La traduzione della Bibbia interconfessionale dice: Beati quelli che sono nella tristezza perché Dio li consolerà"
Il termine originale "èpenthoûntes" che significa tanto afflizione che tristezza, più direttamente richiama il lutto per una persona cara scomparsa, tanto che la versione latina dice: "qui lugent" (= quelli che piangono).
Di qui il poter affermare che il senso del vocabolo "afflitti" si allarga a ogni realtà che, di fatto, procura dolore, sia a livello personale che sociale.
Riusciamo ancora a penetrare il senso biblico di questa beatitudine leggendo Isaia (61, 1-3) "Lo Spirito del Signore è su di me; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà agli schiavi, la scarcerazione ai prigionieri, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion.
Non certo a caso è ripetuto il termine "afflitti"; si rivolge a vari tipi di persone sofferenti: miseri, cuori spezzati, scarcerati, schiavi.
Nel N.T. cogliamo questa realtà di dolore anzitutto nella persona di Gesù. Egli piange su Gerusalemme che non ha conosciuto il tempo della visita di Dio, quindi della Sua pace (Lc 19,41) e scoppia in lacrime presso la tomba dell'amico Lazzaro (Gv 11,35).
San Paolo confessa di sé: "Ho servito il Signore in tutta umiltà tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato i miei avversari:::" "…Non ho cessato di esortare tra le lacrime ciascuno di voi" (At 20, 19.31).
Ancora un altro senso dell'afflizione registrato nel N.T.: Pietro, rientrato in sé dopo il rinnegamento, detesta e "piange amaramente il suo peccato" (Cf Lc 22,62)
Questo dolore che è sana compunzione e che porta poi alla gioia, è anche nelle lettere di Paolo. I Corinti sono da lui severamente rimproverati; essi ne sono profondamente afflitti e si pentono del male commesso; il passo alla gioia non è lontano.
L'afflizione legata al percepirsi peccatori e al fare penitenza affliggendosene è evidente in Giacomo: "Gemete sulla vostra miseria, fate lutto e piangete (…) Umiliatevi davanti al Signore ed Egli vi esalterà (Gc 4, 8-10).
Se poi diamo uno sguardo alla vita dei santi, vediamo come hanno vissuto questo tipo di afflizione a causa dei loro peccati. L'afflizione era giusta per loro. La vivevano come purificazione, per amore. L'afflizione - ecco - cambia aspetto, nella misura in cui mi rapporto a Dio. Dentro uno sguardo contemplativo concepisco il mistero della mia miseria e di più, molto di più, il mistero della sua misericordia.

…perché saranno consolati ( Dio li consolerà)
Ed è proprio dal mistero del suo essere Amore e Misericordia che saremo consolati. S. Agostino commenta: "Saranno consolati dallo Spirito Santo che soprattutto per questo è detto Paraclito, che significa "Consolatore".
Riprendiamo il testo di Isaia: "Lo Spirito del Signore è su di me (…) per consolare tutti gli afflitti; per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell'abito da lutto, canto di lode invece di un cuore mesto" (Is 61, 1-3)
La consolazione - ecco - è questa onda della vitalità e dell'amore e della purezza di gioia che è l'essere stesso di Dio. Sì, riesce a travolgere l'onda dell'afflizione, purché ci sia l'apertura, il grido esistenziale, la coscienza che non solo è impossibile che l'afflizione diventi un bene, ma è assurdo, paranoico e masochistico reputarla come tale. Però se viene investita dall'onda viva di Dio che è il mistero del Crocefisso - Risorto, lì e solo lì si trasfigura, lì e solo lì diventa un bene, dunque una grande gioia.

Di dolore, di afflizione è pieno il mondo. E in ogni epoca l'uomo è tentato di urlare che mai come nel suo tempo, mai prima si è tanto sofferto. Si dirà perfino che, aumentato il progresso scientifico, tecnologico e telematico sono aumentate le cause del dolore: cause più sofisticate e sottili, ma non meno perniciose e devastanti. Si pensi al mercato internazionale della droga, ecc.
Certo, nessuno può mettersi al riparo dal dolore. Per il fatto di essere uomini, abbiamo sulla mensa del nostro quotidiano il pane del dolore.
Alcuni accusano il Cristianesimo di aver troppo parlato di dolore, sottolineando la necessità di portare la propria croce. Bisogna chiarire bene!
Non è che io abbia un acutissimo mal di denti (che non equivale a benessere!) perché sono cristiano. Non è che nascano difficoltà nel dialogo della coppia perché sono credente, non è che la morte di una persona cara o un fallimento, una delusione mi raggiungano per il fatto che, da cristiano, "devo portare la croce".
E' nefasto pensarla così.
Piuttosto, nella mia vicenda esistenziale che necessariamente non può eludere il dolore, il fatto di CREDERE che "Dio tergerà ogni lacrima" (Ap 7,17), la certezza di sapere che "non ci sarà più morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate" (Ap 21, 3-4) e che non c'è paragone tra la misura di dolore che è in questa vita e la dismisura di gioia dopo (cfr. Rm 8,18-19), tutto questo davvero mi CONSOLA.
E la consolazione, per chi credendo chiede a Gesù di assimilare la sua sofferenza alla sua croce, non è solo una realtà escatologica.
Già qui e ora infatti si può entrare nel conforto e quindi anche nella gioia di sapere che quello che soffriamo ha senso, unito alla divina forza redentiva di Gesù.
Addirittura acquista valore di purificazione e salvezza per me e per gli altri.: compio infatti quello che manca alla passione di Gesù, per il suo corpo: la Chiesa (cf Col.1,24).

Anzitutto guardo bene in faccia le cause delle mie afflizioni. Devo avere il coraggio di cogliere al laccio dell'evidenza, certi motivi fasulli di sofferenza che vengono da gelosia, invidia, suscettibilità, intolleranze, esigenze dell'ego, vittimismo nei confronti del partner, o dei figli o dei genitori. Questi motivi, chiamati per nome, dissolveranno l'afflizione e saremo consolati da Dio nella misura della luce di verità che ce li farà mettere da parte.

Ci sono però vere sofferenze personali visibili e nascoste, sofferenze morali e spirituali pungenti e profonde. Sono afflizioni, per la morte di una persona cara, per crisi e momenti difficili riguardo l'uno o l'altro membro della famiglia, per un avvertito rischio del degrado nel rapporto col partner o coi figli, per difficoltà di salute o sul lavoro, ecc. Per tutto questo, più che sfogare con tante persone i nostri guai, perché non imparare anzitutto a sfogarcene col Signore? Nella Bibbia un libro intero è dedicato alle Lamentazioni di Geremia (cfr per esempio Lam 3,49-57). So gridare a Dio in tutta semplicità? Voglio imparare questo modo umile, dimesso, umanissimo di lamentarmi con Dio, lasciandomi confortare da Lui nel silenzio.

Quando soffro per la violenza, i soprusi, la droga dilagante, la criminalità anche dei minori, quando mi addoloro - e giustamente - per certi mali della Chiesa che non sempre è come dovrebbe essere, ho il coraggio di lamentarmi in preghiera col Signore? E rimetto poi nelle sue mani certe questioni aperte?

Nel mio soffrire che posto ha la speranza cristiana, questa "bimbetta felice" (secondo l'immagine del poeta Peguy) che sta in mezzo alle sue sorelle: la Fede e la Carità e le fa correre incontro al Sole di Cristo?

Medito e respiro in chiave contemplativa un importante testo della Lettera ai Romani: "Io ritengo che le sofferenze della vita presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi" (Rm 8,18).
Ripeto più e più volte queste parole, le trasformo in dialogo fiducioso col Signore. Contemplo poi Gesù Crocifisso, a lungo. Mi lascio consolare dall'Amore che mi guarda dalla sua croce.