Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia (Mt. 5,7)
Le prime beatitudini riguardano specialmente il nostro rapporto con Dio
dentro una consapevolezza di fede viva, che diventando vita esige che siano
nuovi anche i nostri rapporti col prossimo. Questa novità di rapporti
interpersonali è all'insegna della beatitudine della misericordia, cioè della
gioia che colma il cuore di chi, esercitando la misericordia,
"guazza", per così dire, nella misericordia di Dio.
Anzitutto evidenziamo una caratteristica lessicale: questa beatitudine è tutta fondata su un'unica parola: misericordia"; infatti ricorre sia nella prima che nella seconda parte del versetto, che stiamo approfondendo. Questa parola esprime un modo di essere tipico di Dio, ma anche del cristiano. Nell'A.T. ben trenta volte viene impiegato il termine "misericordioso": solo due volte è riferito all'uomo.
Ecco i testi tipici:
"Il Signore passò davanti a Lui (Mosè) proclamando: Il Signore, il Signore. Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà" (Es. 34,6; cfr. Dt. 31; Tb.3,11; Sap. 9,1).
"Ti farò mia sposa per sempre nella giustizia e nel diritto, nella misericordia e nell'amore" (Osea 2,21).
"Perdona questo popolo nella grandezza della tua misericordia" (Num. 14,19).
Per capire bene quel che intende dire Gesù ci rifacciamo all'originale greco: makàrioi oì eleèmones, da cui viene il termine italiano elemosina che significa dare soldi a chi ne ha bisogno. Se approfondiamo però, visitando altri testi del Vangelo, vediamo emergere l'ampiezza e profondità del termine, come è usato da Gesù.
In Mt. 9,13: "Andate dunque e imparate che cosa significhi : misericordia voglio e non sacrifici. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori". Gesù risponde ai farisei che lo accusano di sedersi a tavola coi peccatori. Ciò che gli interessa non è difendere un atteggiamento esteriore di allegra e permissiva cortesia ma di evidenziare il suo profondo modo di essere che è quello stesso di Dio con l'uomo. Già nell'A.T. è detto che non solo Dio ricupera il suo popolo infedele, ma "lo rinnova col suo amore" (cfr. Sap. 3,17).
In Mt. 12,7: "Se aveste compreso che cosa significa misericordia voglio e non sacrifici, non avreste condannato individui senza colpa". Qui Gesù, contro le accuse dei farisei, difende i discepoli che coglievano -ahimè in giorno di sabato! - le spighe dei campi, pur di sfamarsi. Egli richiama un testo di Osea (6,6) che ritiene decisivo per affermare che la misericordia è più importante delle opere di culto (sacrifici) e vale più dell'osservanza del sabato.
Essere misericordiosi è dunque anzitutto un atteggiamento interiore. Nel cuore abitato da Dio, espropriato da possessi egoistici, vestito di umile mitezza perfino nelle persecuzioni e affamato di quella giustizia che è santità; sì, da questo cuore libero e magnanimo fiorisce la misericordia.
Come si esprime concretamente chi ha misericordia?
Non si limita alla compassione per ogni vivente; neppure si limita a
coltivare in sé una mente non giudicante il prossimo.
La misericordia è una forza esplosiva che passa all'attacco. Nel senso che è
amore che comprende, partecipa e soccorre concretamente, secondo la propria
possibilità, chi è nel bisogno.
I connotati del misericordioso sono fortissimi e di folgorante bellezza
spirituale. Li troviamo nel Vangelo.
In Mt. 22, 35ss: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo…malato…carcerato". Gesù addirittura assimila a sé ognuno che vive nel bisogno e promette la "promozione" all'esame finale (il giudizio al termine della vita!) per chi avrà esercitato la misericordia, cioè, in concreto, si sarà realizzato amando veramente.
In Mt 6,2: "Quando fai l'elemosina non suonare la tromba davanti a te come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodato dagli uomini. In verità vi dico hanno già ricevuto la loro ricompensa". Qui Gesù sferza la tentazione di voler "apparire" misericordiosi. Egli è sempre per l'autenticità dell'essere, contro l'insidia dello sprecare l'esistenza nel "sembrare": un fatto narcisistico di egoismo ipocrita che spegne la vita dentro al cuore.
Non solo nel Padre Nostro (la preghiera del cristiano per eccellenza) Gesù lega il perdono di Dio all'impegno dell'essere misericordiosi nel perdonare, ma nel cap. 6 secondo il vangelo di Luca, invita a un crescendo di amore misericordioso perfino verso chi ci è nemico, chi ci maledice e ci maltratta (vv. 27-28) E conclude con una esortazione-vertice di tutto il suo dire: "Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre Vostro Celeste".
Da ultimo è importante contemplare l'icona della misericordia, cioè l'atteggiamento di Gesù proprio alla conclusione della sua vita mortale. E' lì che la misericordia più risplende" Si rivolge a Dio: "Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno". Risponde al ladrone pentito dei suoi peccati: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,43).

E' importante percepire quanto nella nostra società siano evidenti i
segni di morte, nonostante l'esasperato culto del corpo e un vitalismo
cercato per tutte le strade : quelle di genuine forze energetiche
riscoperte e quelle di confusi e aberranti sentieri di occultismo, di
magia e perfino di satanismo, dentro circuiti di violenza anche
psicologica, di non-amore, di morte.
Diventa dunque ancor più attuale vivere questa beatitudine, dove Gesù
promette vita, una qualità di vita permeata di amore e comprensione (=
misericordia), e dunque gioia a chi si impegna a produrre - con le
energie dello Spirito Santo! - misericordia.
Dio regala vita e amore a chi dona comprensione con gioia (cfr. 2Cor.
9,7).
La seconda parte del versetto: "troveranno misericordia",
questo appunto significa. Perché se in modo eminente ciò avverrà al
termine della vita col giudizio finale, anche lungo i giorni
dell'esistenza terrena, chi esercita questo amore-dono, questo amore
misericordioso è colmato di ogni bene da Dio.
Scrive San Paolo: "Sono ricolmo dei vostri doni (…) che sono un
profumo di soave odore, un sacrificio accetto e gradito a Dio. Il mio
Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza,
con magnificenza in Cristo Gesù" (Fil. 4, 18-19).
A proposito di questa sovrabbondanza nel ricompensare da parte di Dio,
così si esprime un grande Padre della Chiesa "Sembra a prima
vista, che la ricompensa sia uguale al bene che si è fatto; in realtà
è infinitamente più grande: gli uomini infatti esercitano la
misericordia da uomini, ma otterranno misericordia dal Dio
dell'universo" (S. Crisostomo Commentarius, 15,4, P.G. 57)
Nel mio modo di dialogare, rispondo sullo stesso "registro"? Con dolcezza a chi parla con dolcezza, con tono duro e aspro a chi mi tratta con durezza, con modi aggressivi a chi li usa con me? Perché non mi decido a lasciar traboccare l'onda della misericordia, già nel tono del mio parlare?
Il mio è silenzio (quando c'è) accanto alle persone che rispetto e che amo o è un mutismo che ferisce peggio delle parole? E il mutismo degli altri come aiuto a sbloccarlo? Con piccoli gesti di misericordia o con altrettanto astio?
Quando sento il cuore pesante e ferito, quando subisco maltrattamenti, decido anzitutto di pregare per la persona che mi fa soffrire?
Con gente diversa da me (extracomunitari, persone che si sono perse su strade sbagliate) so non essere giudicante e so fare, io per prima, qualche gesto di benevolenza e di aiuto?
Di fronte ad atteggiamenti negativi, di chiusura, di cattiva interpretazione dei miei buoni tentativi di aiuto, di misconoscenza, come reagisco? Forse mi chiudo e mi pento del bene che ho fatto? Dove sto andando, circa la mia maturazione umana e cristiana, nella gratuità dell'amore?
Nel silenzio di tutto il mio essere, lascio emergere, alla presenza del Signore, tutto quello che avverto essere per me ostacolo a uno stile di misericordia. Col liberante coraggio della verità chiamo per nome questi ostacoli: orgoglio, durezza, arroganza, mente giudicante, paura di soffrire, ecc. Consegno poi tutto a Gesù, chiedendogli di sperimentare in me il suo perdono, anzi la sua misericordia infinita, di sperimentarla con gioia. Gli chiederò poi che prenda il mio cuore di pietra e mi dia un cuore di carne capace di vivere la fatica e la gioia della misericordia.