Beati i miti perché erediteranno la terra (Mt 5,5)
E' bene dire subito che, spesso, nel linguaggio odierno facilmente la mitezza acquista un senso dispregiativo perché si confonde con "debolezza", permessivismo, mancanza di vigore, soggiacendo a ciò che gli altri impongono anche in modo del tutto ingiusto. Per capire meglio il senso della beatitudine dei miti, la Bibbia Interconfessionale rende così: "Beati quelli che non sono violenti perché Dio darà loro la terra promessa". Un esegeta tedesco sceglie nella sua lingua un termine che in italiano significa cortesi, gentili, buoni di cuore.
Per capire bene chi sono i miti secondo la Bibbia, visitiamo anzitutto alcuni
brani dell'A.T.
Nel salmo 97 leggiamo: "Ancora un poco e l'empio scompare. Cerchi il suo
posto e più non lo trovi: I miti invece possederanno la
terra e godranno di una grande pace" (v. 10).
E' illuminante la contrapposizione: empietà - mitezza.
Nel Sl.76(75) i miti sono contrapposti ai potenti che esercitano la loro
prepotenza con "lo scudo, la spada, la guerra".
"Che il mite diventi un guerriero" dice il profeta Gioele (4, 9-11),
ma dentro un contesto di richiamo a difendere la giustizia contro la
sopraffazione e la violenza.
In Zaccaria il re mite è colui che "spezzerà l'arco di guerra e
annuncerà la pace alle genti" (Zac.9,10).
Il mite, dunque, già nell'ottica veterotestamentaria è il non violento per
eccellenza.
Se passiamo poi al N.T. lo stesso Matteo ci offre un testo mirabile e consolante
dove il senso della mitezza si rivela in tutto il suo significato.
"Venite a me voi tutti affaticati e oppressi e io vi darò riposo; prendete
il mio giogo su di voi e imparate da me, perché io sono
mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è soave e il mio carico leggero" (Mt11,25-30).
Che Gesù attribuisca a sé la mitezza e ne faccia menzione come di una
peculiarità del suo cuore, è molto importante per noi, chiamati a configurarci
a Lui, al Suo modo di essere nella mentalità e nell'agire.
Si veda poi come anche al cap.21 Matteo, mentre descrive Gesù che entra per
l'ultima volta in Gerusalemme cavalcando un'asina, riprende le parole del
profeta Zaccaria, ma tralasciando il termine "giusto" e
"vittorioso" del testo in questione.
All'evangelista importa dunque sottolineare la mitezza: "Ecco il tuo Re
viene a te, mite".
Nella seconda Lettera ai Corinti, Paolo esorta i fedeli "per la benignità
e la mitezza di Cristo" (10,1).
In Ef.4,32 e in Col.3,12 la mitezza viene evidenziata come uno degli
atteggiamenti caratteristici del cristiano: è una qualifica dell'"uomo
nuovo in Cristo Gesù".
In Gal.5,22 poi la mitezza compare nel frutto dello spirito Santo: un modo di
essere moderato, benevolo, un atteggiamento così intriso di carità che ti dà
di essere comprensivo e di mano leggera nel punire.
Rivolgendosi alle donne, Pietro ha un testo esemplare: "Il vostro ornamento
non sia quello esteriore - capelli intrecciati con fermagli d'oro, sfoggio di
vestiti, cercate piuttosto di adornare l'interno del vostro cuore con un'anima
incorruttibile, piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a
Dio" (1Pt. 3,3-4).
In effetti, là dove la donna vive questo primato dell'interiorità
nell'esercizio della mitezza di cuore, è veramente se stessa e dispiega quel
fascino spirituale che esercita un ascendente tanto positivo anche sull'uomo.
Per evidenziare ancora il senso di questa beatitudine, cito due biblisti
autorevoli.
Scrive il Card. Martini: "Mitezza è la capacità di
cogliere che, nelle relazioni personali che costituiscono il livello
propriamente umano dell'esistenza, non ha luogo la costrizione e la prepotenza,
ma la passione persuasiva, la forza e il calore dell'amore".
Jacques Dupont, illustre esegeta, scrive: "La mitezza di cui parla questa
beatitudine, non è altro che quell'aspetto dell'umiltà che si manifesta nell'affabilità
messa in atto nei rapporti con il prossimo. Tale mitezza trova la sua
illustrazione e il suo modello perfetto nella persona di Gesù, mite e
umile di cuore"
In base a questo approfondimento possiamo comprendere il senso di quel "perché
erediteranno la terra".
La terra qui promessa è certamente la terra della vita con Dio nella Pasqua
eterna, ma è anche la Presenza "unica" di Gesù, la vita vissuta con
Cristo Crocifisso e Risorto che illumina e sfida ancora la nostra storia.
Infatti non è vero che la rinunzia alla prepotenza, il dominio della propria
aggressività nell'amore e nella presenza di Cristo, dà
in mano al cristiano una chiave preziosa per vivere in modo positivo i
rapporti interpersonali? Possediamo così la terra nel senso che,
lasciandoci vincere dalla mitezza di Cristo, apriamo spazi al Regno di Dio
in noi e in quelli che contattiamo nella potenza del suo amore e nella
dolcezza della sua pace.
Che oggi urga per tutti, ma in specie per noi cristiani riprendere il vigore
della mitezza, è evidente.
Quanta violenza, anche di tipo psicologico, viene perpetrata nel mondo! E quanto
l'uomo ferito ha bisogno di esercitare e ricevere i tratti impregnati di
mitezza!
Bisogna entrare nella persuasione profonda che il vero
coraggio è quello della non-violenza: la prepotenza non vince mai, anche quando
sembra il contrario.
Non si reprime l'odio o comunque il male, lasciando insorgere in noi
delle aggressività. Anche in nome della verità e della giustizia. Ogni forma
di violenza è controproducente. Bisogna guardarsene come da una spirale di
fuoco distruttivo e di morte. Non rispondere al male con
il male, ma con l'intima preghiera del cuore: questo è il segreto della pace,
sia personale che in famiglia, che in comunità.
Ci sono precise, irrimandabili strategie di nostra collaborazione allo Spirito
Santo. Perché, se è vero che la mitezza fa parte di quel "frutto dello
Spirito" di cui parla la lettera ai Galati (5,22), è però altrettanto
vero che miti si diventa imparando a controllare la lingua
e prima ancora quel nugolo di pensieri che ci portiamo dentro che vanno
smascherati e consegnati a Dio.
Miti si diventa spalancando il cuore alla magnanimità,
alla capacità di perdono facile e quotidiano, alla franchezza e trasparenza
insaporate di affabilità e gentilezza nel nostro modo di rapportarci con gli
altri in umiltà di cuore.
Miti si diventa soprattutto contemplando Gesù mite e umile, appunto, nel
cuore. Miti si diventa imitando i suoi atteggiamenti tutti rapportabili al fatto
che Egli ha cercato sempre la gloria del Padre e il bene degli uomini,
soprattutto nel suo accettare di morire in croce.
Sono persuaso/a che solo coltivando lo spirito di mitezza nella mente e nel cuore (sfera dell'interiorità) e solo dando spazio alla preghiera, potrò possedermi come persona ed essere elemento di pace in famiglia, al lavoro, ovunque.
Nell'indispensabile dialogo col partner ho il coraggio dell'umile ascolto? So accogliere le motivazioni, le ragioni dell'altro nel profondo della mia decisione di amare l'altro così com'è, portando i suoi pesi?
Mi rendo conto della negatività di "frecciatine", insinuazioni malevoli che, a volte, sono nel nostro parlare e a cui spesso sono tentato/a di replicare con altrettante allusioni offensive?
Ho il coraggio del silenzio (non sia mai mutismo) nel lasciar cadere ciò che mi ferisce e nel non voler ferire l'altro con l'intemperanza nel parlare?
Conosco il vocabolario della gentilezza, della promozione dell'altro?
Come tratto gli anziani, i bambini, le persone affette da qualche handicap o da temperamento difficile, soggetto a depressioni e simili? So imparare dai più deboli (non autosufficienti, incapaci di difendersi ecc.) l'umiltà della mitezza che accetta l'aiuto altrui?
Sul lavoro e altrove come tratto gli extracomunitari? C'è forse in me il decrepito lievito del razzismo?
Sosto davanti a Gesù.
Nella sua morte di croce, anzi in Lui crocifisso e risorto, cerco la forza del mio diventare "il chicco di grano". Sì, proprio accettando di morire all'egoismo dentro la terra del mio cuore, darò molto frutto di bontà, mitezza, attenzione a chi mi è più vicino e a chi è più debole.
Nel suo mistero eucaristico contemplo il silenzio che è amore, l'annientamento (è così piccola l'ostia!) che è gigantesca potenza di amore. Nutro la mia disponibilità a diventare mite con questo silenzio di Gesù-Eucaristia, con questo suo mistero di totale annientamento.
Posso poi verbalizzare: "Gesù umile e mite nel cuore, rendi anche il mio cuore umile e mite come il tuo".