"Beati i poveri in Spirito perchè di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,3)
Da notare subito: questa prima beatitudine come l'ultima, ha come
motivazione e riferimento il Regno di Dio.
Sarò dunque beato/a, nella mia vera povertà, se il mio essere povero è
spazio al regnare di Dio nella mia vita, nel senso forte e consolante che è
stato detto.
Vogliamo però capire bene il senso di questa beatitudine dei poveri in
spirito che non significa affatto disprezzo dei beni di questa terra ed
esaltazione della miseria e dell'indigenza.
Non entriamo nelle discussioni che, lungo i secoli, a causa di questa
beatitudine, molti suscitarono nella Chiesa di Dio. Vogliamo penetrare invece
certe espressioni di Gesù insieme a Maria, la Vergine povera di Nazareth che,
nel Magnificat, canta i poveri come coloro che Dio colma di beni. (cfr
Lc1,53). E vogliamo, mediante la Lectio Divina, pregare questa beatitudine
diventando capaci di viverla.
Chi sono dunque i poveri di cui Gesù parla? Luca, nel suo testo delle
beatitudini dice: "Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di
Dio" (Lc 6,20)
Bisogna dire che Luca spesso fa menzione dei poveri (cf Lc 4,18; 6,20: 7,22;
14,13.21; 18, 22 ecc.)
Matteo invece parla raramente dei poveri e circa quelli "in spirito"
(Tô pneumati) ci rende avvisati del senso ampio e profondo che va dato a
questa espressione. Se poi il termine "p t o c h ò i", tradotto con
la parola "poveri", significa la massima indigenza, privazione dei
beni su tutti i fronti, si capisce come certe traduzioni recitino così:
"Beati i poveri di cuore" "Beati coloro che hanno un'anima da
poveri" "Beati quelli che sono poveri di fronte a Dio"
"Beati quelli che scelgono di essere poveri per Dio"
Del resto, per afferrare in profondità il senso della prima beatitudine,
basta lasciar risuonare altre espressioni bibliche, circa il senso vero
dell'essere poveri.
Dice il profeta Sofonia: "Cercate il Signore voi tutti poveri della terra
che eseguite i suoi ordini, cercate la giustizia, cercate l'umiltà"
(Sof.2,3) Da notarsi: qui "poveri" nel senso ebraico del termine,
significa "umili".
Per Sofonia e per altri profeti dell'A.T. chi erano dunque questi poveri (o
umili)? Si trattava degli Israeliti che avevano perduto libertà politica e
ricchezza a causa delle invasioni straniere. Vivevano però questa loro
condizione, fiduciosi in Jahvè , nella certezza che da Lui sarebbero stati
soccorsi.
Questo atteggiamento, impregna tutta l'interiorità del vero credente e lo
evidenziano molti salmi:
"Io sono povero e infelice, ma di me ha cura il Signore" (Sl.
40,18).
"Io sono povero e infelice. Vieni presto mio Dio. Tu sei mio aiuto e mio
Salvatore" (Sl. 70,6).
"I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo
cercano" (Sl. 22,27).
"Volgiti a me e abbi misericordia perché sono solo e povero"
(Sl.24, 14-16).
La povertà, nel grido dei salmi, si rivela così come una
"lucidità" riguardo a se stessi: un cogliere la propria
esistenziale indigenza che diventa "sete" di "altro" che
solo Dio può dare.
Comprendiamo così che, soprattutto nell'accentuazione fatta da Matteo, i
poveri sono quelli che la smettono di contare solo sulle proprie forze. Però,
pur essendo pienamente consapevoli della loro indigenza, non si deprimono, ma
pongono in Dio ogni loro speranza.
Così si evidenzia con forza la seconda parte del versetto: "perché di
essi è il Regno dei cieli " (= regno di Dio).
Proprio perché consapevoli del proprio "vuoto" di ricchezze e di
tutto, si sono rivolti a Dio facendo affidamento su di Lui; ed ecco che Egli
esercita la potenza del suo Regno su di loro.
E che cos'è il Regno se non anzitutto "l'ampiezza, la larghezza,
l'altezza e la profondità del suo amore?" (cfr Ef.3,18) che libera
dall'angoscia, rassicura, conforta e salva?
"L'uomo - dice Dostoevskyj - ha un assoluto bisogno di adorare;
s'inginocchia quindi o davanti a Dio o davanti a un idolo: non potete servire
contemporaneamente Dio e mammona (le ricchezze)".
Gesù stesso, come dice San Paolo, "da ricco che era si è fatto povero,
perché diventassimo ricchi della sua povertà" (2 Cor. 8,9)
Anche qui c'imbattiamo nell'enorme novità del Vangelo: la radice della
"lieta notizia" (che è l'annuncio della salvezza) sta qui: non solo
"Dio ascolta il grido del povero" "difende la causa dei miseri,
ma Egli stesso in Gesù, si è fatto povero. "Svuotò se stesso" (cfr.
Fil.2,7) fino alla povertà estrema della croce, ma per tutta la vita fu
povero di denaro, di cose, di appoggi.
Proclamò "Beati i poveri perché di essi è il Regno dei cieli"
perché Lui, che è il regnare sovrabbondante dell'amore di Dio tra gli
uomini, aveva vissuto per primo questa beatitudine.
Il Regno di Dio! Non è simile a un tesoro, come ha detto Gesù, talmente
prezioso che, se lo trovi, vendi tutto pur di avere il tesoro?
Allora ecco un punto fermo: non divento povero per trovare il Regno, ma
anzitutto perché l'ho trovato.
Dopo lo cercherò ulteriormente. Ma intanto se sono così persuaso che la vera
ricchezza è il regnare di Dio e del suo amore nella mia vita, io mi sbarazzo
volentieri delle altre ricchezze perché m'intasano, a lungo andare mi
soffocano e spengono.
Questa meditatio acquista il senso di una sciabolata di luce sulla nostra
società dove tutto, dall'economia alla politica, alla produzione editoriale e
degli spettacoli e di tutto il resto, perfino i prodotti farmaceutici ( e la
salute!), tutto è in funzione del denaro.
In questo grande "ipermercato", andare in profondità nella
beatitudine dei poveri in spirito, vuol dire riscoprire sostanzialmente
l'urgenza di gestire in modo nuovo e libero (voglio dire autenticamente
cristiano) ogni tipo di ricchezza. Il denaro, ma anche ogni proprietà,
compresa l'intelligenza, le proprie qualità psicofisiche, la cultura, il
proprio tempo. Tutto mi è stato dato in uso non in proprietà.
L'avido attaccamento è segno di errore esistenziale, ma è anche fonte di
chiusura all'amore, d'inquietudine, paura, depressione, a volte vera fonte di
follia.
R. Hobbs, un economista inglese, ha scritto: "Il denaro è qualcosa che
macchia. L'unico modo per non lasciarmene macchiare è considerarlo un mezzo
che Dio mi ha dato, non per la mia esclusiva sicurezza, ma per fare del bene
agli altri. Sono solo un amministratore e alla fine della vita sarò giudicato
sulla mia amministrazione, non sulla mia ricchezza. Guai a me se uso il denaro
per corrompere un giudice o qualsiasi altro! Posso solo usarlo per l'unica
ricchezza che conta: l'amore". (R. CANTALAMESSA, Povertà, Ancora
1996, p. 88-89)
Conosco, anzi, sono riconoscente a Gesù perché scelse per me di essere povero?
Mi rendo conto che il tipo di società in cui vivo tende a schiavizzare me e la mia famiglia col sollecitarmi nel mondo dei bisogni, anche con quelli fasulli, "indotti" dalle transnazionali e multinazionali?
Sono "lucido" in ordine ai disastri provocati dalla cattiva gestione delle ricchezze? Ho poi il coraggio di educarmi ed educare a una vita semplice e sobria (libera da pretese egoistiche e da spese inutili), dove il di più viene dato a chi non ha?
Rispetto alle "imposizioni" subdole di radio, TV, internet, giornali, pubblicità come mi comporto? So prendere il largo, anche con un sapiente uso del tempo che mi è donato e non è mio?
Come singolo e come famiglia, che cosa faccio per venire incontro a tanta miseria dei miei fratelli, nel mio paese e nel 3° e 4° mondo?
Cerco un angoletto quieto (forse in cappella).
Prego queste espressioni salmiche:
"Fuori di Te, Signore, che cosa cerco in cielo e sulla terra?
Vengono meno la mia carne e il mio cuore.
Ma la Roccia del mio cuore è Dio.
E' Dio la mia ricchezza per sempre" (Sl.73,25ss)
Prego: "Rendimi lieto (=beato) perché libero da ogni attacco nel
cuore.
Dammi, Signore di privarmi di qualcosa per chi ha meno di me"