Mio padre è Isacco, "il figlio della promessa". Su di lui, infatti, Abramo si giocò in speranza. E fu vittorioso. Anche la mia storia è pervasa da quel patto di Alleanza che il Dio fedele strinse con me e con la mia discendenza che gravita tutta verso il fulcro della vicenda umana: la passione, morte e risurrezione di Gesù. E' col suo sangue che Egli siglò questa alleanza, substrato fecondo di pace anche della tua storia personale!
Neppure per me la vita fu un'amena passeggiata. Pur snodandosi alla luce delle grandi promesse di Dio, i miei giorni conobbero il sapore acre della fuga, della fatica, l'urto d'imprevedibili difficoltà, l'insidia del tradimento e il rischio di strade notturne, senza stelle. Dovetti fuggire in Mesopotamia, mettermi al riparo dalle ire di Esaù, mio fratello al quale, non per mie avide voglie ma per imperscrutabile disegno, avevo sottratto il diritto alla primogenitura.
Dopo lunga peregrinazione trovai ospitalità a Karran, presso Labano, il fratello di mia madre. Un uomo che sapeva come far fruttare greggi e armenti, un uomo forte e astuto.
Per sua figlia, Rachele, il mio cuore subito avvampò. Ma come furono lunghi quei sette anni in cui lo zio mi impose d'attendere, obbligandomi, frattanto, a sposare l'altra sua figlia: "Lìa dagli occhi smorti"!
E quando, finalmente, potei unirmi in matrimonio alla donna che amavo, ecco un'altra avversità: non solo Rachele era sterile, ma se ne lamentava con me atrocemente: "Dammi un figlio - ripeteva - altrimenti io muoio". L'infecondità della donna che amavo era durissima per me! Urtava infatti contro la promessa di Dio come il bramìto di una belva affamata in un giardino fino a quel momento custodito dalla pace.
Eppure il sogno era stato splendido. Mentre ero in viaggio, ai tramonto del sole, mi ero coricato su una pietra e m era apparsa una scala che poggiava sulla terra mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salire e scendere da essa. Udii Jahvè che mi parlava: "La tua discendenza sarà numerosa come la polvere della terra. Per te e per la tua discendenza saranno benedette tutte le famiglie della terra. Ecco io sono con te e ti custodirò dovunque andrai".
Era stata un'esperienza fortissima e mi aveva segnato dentro. Per sempre.
Come "leggere" però vicende difficili che si annodavano l'una sull'altra? Non ci fu verso che potessi accaparrarmi a fondo la fiducia di Labaro.
Anche se, sostanzialmente, lui era arricchito per la sagacia e l'impegno del mio prestargli servizio. Quando il contrasto venne ai ferri corti, io me ne andai con tuta la mia tribù.
Labaro non desistette dall'osteggiarmi. Mi inseguì, usò astuzie e lusinghe. Non tralasciò nessuno stratagemma, pur d'impedire il mio ritorno in patria che ledeva il suo benessere economico.
Eppure, dentro tutta questa trafiIa, io sperimentai una Presenza. Il Dio di Abramo, il Dio di mio padre Isacco era con me. "Egli ha veduto la mia affIizione", gridai finalmente a Labano.
E si fece bonaccia. Arrivammo a un patto di spartizione equo e tranquillo.
Ora avrei dovuto tornare al mio paese dove incombeva l'ombra di Esaù ancora adirato con me. Anzi mi dissero che stava per venirmi incontro. Non con musica e fiori ma con 400 uomini armati. Mandai avanti a me ambascerie e doni, con tenacissima volontà di pace.
E Dio era con me. Lo avvertii in quel momento vertice della mia esperienza esistenziale. Al fiume Jabbok: un transito di frontiera, mi attardai da solo. Avevo fatto passare tutti: uomini, donne, bambini, i greggi e gli armenti. Io da solo venivo come risucchiato dalla notte. Avvertivo che ero come trattenuto a forza. Un misterioso personaggio mi affrontò nel silenzio rotto solo dalla voce del fiume.
Misteriosamente sentivo che dovevo lottare con lui. Come in un gioco sovrumano che coniugava lotta e tentazione a una grande, ,~ misteriosa Presenza.
Lui mi colpì all'anca. Presi a zoppicare dentro la mia piena consapevolezza d'essere creatura fragile e povera. Ma nel profondo di me si accese fino all'incandescenza una certezza: in parvenza d'uomo era il mio Dio a lottare con me. E quando mi chiese di lasciarlo andare, ebbi l'ardire di gridargli con forza: "Non prima che Tu mi abbia benedetto". Non solo egli mi benedisse ma mi diede un nome nuovo: "Ti chiamerai Israele perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto".
Il nome nuovo segnò la svolta definitiva della mia vita. Ecco, nasceva un popolo: quello che si sarebbe chiamato il popolo d'israele, il popolo di Dio,
Nasce sempre l' "Uomo nuovo" quando c'è chi accetta di lottare con Dio e con gli uomini: dentro le prove della sua esistenza nell'audacia della fiducia che è sempre benedetta.
Nasce sempre un " popolo nuovo": non nell'esasperato attivismo ma nel peregrinare della fede di quanti diventano missionari di carità sostenuta dalla preghiera, con profonda volontà di pace presso tutti.